Abba Pacho: vivere per l’Etiopia
Il nostro ospite relatore comincia l’incontro con un gesto simbolico: accende un lumino come simbolo delle persone che sono state presenze importanti nella sua vita.
La scelta
Abba Pacho (il suo nome è Francisco Pacho, e abba sta per “padre”) è entrato a 12 anni in seminario. Gli anni del Liceo sono passati senza eventi eclatanti, è stato solo alla maturità scolastica che è cambiato qualcosa. A 18 anni i suoi amici parlano dei progetti futuri: un lavoro prodigioso, una famiglia, dei figli. Pacho sente invece che l’unica cosa che desidera fare era servire Dio.
La maturità in Colombia è un passo importante: durante gli esami hai la possibilità di scrivere un articolo partendo dal presupposto che in quel momento stai perdendo la tua vita e hai solo mezz’ora di tempo.
Per un brutto scherzo del destino, dopo pochi giorni, un caro amico di Pacho è morto in moto mentre andava a trovare la fidanzata: in una sua tasca hanno trovato la copia del suo articolo. Diceva: “Io vorrei vivere la vita, ma mi sta sfuggendo dalle mani.. Voi che potete vivere, fate qualcosa di bello della vostra vita, sfruttatela!,”
La morte dell’amico e la lettura del suo articolo hanno segnato molto la vita di Pacho, e lo hanno fatto riflettere lungamente.
Il senso della vita e la chiamata
Dopo la maturità viene a Roma a studiare. Il seminario di Roma gli piace, è un ambiente caloroso, con tanti giovani di diverse nazionalità.
Durante il seminario matura in lui la riflessione sul senso della vita. Ognuno di noi ha una missione: ciascuno di noi deve trovare un senso alla propria vita, e questo è ciò che dà la forza per fare tutte le cose. Pacho sente di essere stato chiamato per essere missionario. Non sono mancati i momenti difficili, la solitudine, ma questa chiamata è stata più importante di tutto.
“Bisogna avere chiaro in mente che non siamo al mondo per caso, ma nella mente di Dio. Se non hai chiaro questo, ti chiedi chi te lo fa fare, il missionario!”
L’Etiopia
Diventato prete e missionario dell’ordine della Consolata, dopo un anno trascorso in una diocesi in Inghilterra, viene mandato in Etiopia. La sua missione non è “geografica”, lui sente che la sua missione è cominciata molto prima (non importa se non sei nel luogo più povero, sei sempre missionario!), ma mai forte come ora si sente “Missionario”.
Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia, era una città con un brutto aspetto, trascurata, sembrava tutto vecchio ed abbandonato. C’era il socialismo, e tutto veniva controllato continuamente: “se costruivi una casetta più bella, venivano subito a controllare se avevi i soldi e a indagare sul tuo conto…”
Col passare degli anni la capitale ha un aspetto migliore, a poco a poco migliora.
In terra etiope Pacho impara quindi l’amarico, la lingua locale. Gli ci vogliono sette mesi di duro lavoro: dopo diverse frustrazioni (la teoria e lo studio sui libri sono sempre diversi dalla comunicazione orale!) è riuscito a raggiungere il suo obiettivo.
In Etiopia l’AIDS è a livelli spaventosi: Pacho ha incontrato tanti malati e vissuto da vicino la tragicità di questa malattia; inoltre, per un fatto culturale, chi è malato viene cacciato dalla famiglia, la quale ha paura di infettarsi e non sa come allevare e curare il malato.
“Una volta ho aperto la porta di casa e lì davanti c’era, abbandonata in una carriola, una ragazza di circa 20 anni piena di piaghe. Immediatamente l’ho portata dalle suore di Madre Teresa perchè venisse almeno curata e lei ha continuato a dire, fino all’ultimo giorno, che non voleva morire”.
Anche questa ragazza ha segnato la sua vita.
“E’ presente spessissimo la frustrazione, ed è una delle cose più dolorose, non vedi i frutti di quello che fai e occorre una fede fortissima per andare avanti. A volte i tuoi progetti non vanno a buon fine, nonostante le fatiche e lo sforzo continuo”.
In Etiopia non sempre ci sono molte persone che partecipano alla messa, alla vita della missione, come in Tanzania o Kenya, quindi c’è molta condivisione tra piccoli gruppetti di missionari e laici che vivono insieme e cercano di trasmettere qualcosa, di vivere la fede. La missione non è solo sviluppo sociale, è anche mandare un messaggio.
“Anche per chi fa esperienza di un mese, la Missione può essere una vera occasione per conoscere e capire quello che hai dentro, i tuoi sentimenti.
In Missione viene fuori tutto: in primo luogo i tuoi atteggiamenti infantili (esempio: voglio il pane e non c’è!) , bisogna imparare a leggere se stessi: a vedere come sono e come reagisco alle circostanze difficili.
La Missione ti mette alla prova e fa venire fuori quello che sei.
E’ necessario chiedersi: che cosa faccio io della mia rabbia? Del mio dolore? Della solitudine? Tutti i sentimenti forti con cui spesso non si prende contatto vengono fuori.
Bisogna imparare a gestire questi sentimenti e poi a CONDIVIDERE.
Bisogna interrogarsi, quando si fa un gesto. “Lo sto facendo veramente per il bene di quella persona, o per il mio? Quale problema hai risolto facendo una certa azione? Quello di quel bambino, od un tuo problema? Vado in Africa per fare foto coi bambini?
Pacho mostra un’umiltà ed una limpidezza d’animo in tutte le parole che condivide con noi:
“A volte anche noi missionari finiamo per “usare” la missione, non servirla: per esempio, faccio una scuola per sentirmi dire: l’ha fatta Abba Pacho! E’ un movimento che è la risposta ad un mio bisogno! Uso quella situazione tragica per risolvere la mia necessità di essere importante!”
Infine sottolinea che quando vediamo la realtà del Paese in cui andiamo, spesso lo facciamo con i nostri occhiali. Afferma quindi che è importante qui agli incontri di Africa Oggi cercare di conoscere meglio se stessi perchè quel mese in missione potrebbe cambiare la tua vita, modificare qualcosa.
Magari con questo tipo di esperienza Dio ti sta dicendo: “Rompi i tuoi schemi, e anche se sei abituato alle tue comodità, condividi!”
Un grazie a Elena per gli appunti


