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Antropologia e cultura africana con Giovanni Vassallo

Inserito in Testimonianze | venerdì 10 marzo 2006 | |

Domenica 5 marzo il nostro relatore è Giovanni Vassallo, coordinatore dell’AIFO e studioso di Antropologia Culturale.

Ci parla dell’Africa e del suo popolo. Giovanni mette in luce gli elementi chiave di una cultura ricca di tradizioni e lo fa parlandoci della sua esperienza e di quello che ha potuto conoscere stando a stretto contatto con questa gente.

IL POPOLO AFRICANO

L’Africa è un vasto continente ma anche il meno popolato, conta infatti una popolazione di soli 750 milioni di persone. Ha 54 paesi e in ognuno convivono differenti lingue e dialetti.

I popoli si dividono in gruppi di Mauri, Tuaregh, Berberi, Akan, Yoruba, Sudanesi, Pigmei, Beduini, Niloti, Bantu, Kongo, Luba, Lunda, Tutsi, Achali, Mosai, Swahili, Rotse, Shana, Boscimani, Herero, Bastaard, Boeri, Sotho, Zulu e Malgasci.

LA RELIGIONE

Non è possibile avvicinarsi alla cultura africana senza studiare le diverse religioni professate nel continente: la cultura africana è una cultura religiosa. Nel contempo la religione segna la vita degli africani ed è fondamentale per ogni tappa della loro esistenza.

Si professano principalmente 3 religioni. Quella islamica, con 250-280 milioni di praticanti, è diffusa specialmente nelle regioni settentrionali e orientali; segue quella di tipo animistico con 200 milioni di fedeli ed infine la religione cristiana che, suddivisa in cattolica e protestante, conta circa 120 milioni di credenti.

Si usa la parola animismo (dalla parola latina anima), per descrivere quella religione africana che attribuisce a oggetti ed animali un’anima o uno spirito-anima. Gli africani credono che oltre agli dei esistano altri esseri di natura quasi divina, che come demoni e spiriti possono essere benefici o malefici nei confronti dell’ uomo.

GLI ANTENATI

Gli antenati formano una parte del pensiero religioso degli africani. Sono venerati e rispettati. Si crede che essi siano ancora vivi nel mondo degli spiriti e che per questo siano in grado di interagire e mantenere un legame con i viventi.

Dopo la morte si pensa abbiano acquistato un potere che è maggiore di quello umano, ma non possono comunque agire indipendentemente dalla volontà divina.

LA FILOSOFIA BANTU

Strettamente legata alla religione animista, la filosofia Bantu riposa sull’evidenza esterna, sull’autorità, saggezza e sulla Forza Vitale degli antenati, ma anche sull’evidenza interna, cioè sull’esperienza della natura e dei fenomeni vitali.

Secondo questa dottrina l'”Essere” verrebbe identificato con la Forza Vitale che ne è l’essenza medesima.

LA FAMIGLIA E LA COMUNITA’

Gli africani vivono in comunità, in un contesto di “famiglia allargata“. Per madre e padre non si intendono necessariamente le due persone che hanno generato un figlio: un bimbo africano può avere più “madri” e più “padri”. Tutto questo è possibile per il clima di solidarietà e amicizia che esiste fra la gente. Tra i valori propri della cultura africana spicca proprio il concetto di solidarietà.

La figura determinante nella famiglia è la donna.

Per capire meglio il popolo africano è bene però conoscere anche un po’ della storia che ha segnato questo continente,

LA TRATTA DEGLI SCHIAVI

A iniziare la tratta, cioè la deportazione di centinaia di migliaia di neri verso l’America, furono i portoghesi nel XV secolo. In poco tempo Lisbona divenne un gigantesco mercato di schiavi.

Le popolazioni indigene americane erano piuttosto scarse e si assottigliarono sempre di più: la presenza dei conquistatori europei aveva portato nel continente numerose malattie banali (raffreddori, influenze, ecc), ma letali per queste popolazioni. Inoltre gli indigeni erano considerati inadatti al lavoro. I neri dell’Africa, invece, erano molto più robusti e resistenti alla fatica. Venivano impiegati nelle coltivazioni, per le costruzioni o i lavoro domestici.

Mano a mano che il traffico si ingrandiva, parallelamente alle esigenze di manodopera nelle colonie americane, l’influenza europea nel territorio africano si spinse fino all’insediamento e all’intervento diretto negli equilibri “locali”, provocando guerre, divisioni amministrative, religiose ed etniche e indebolendo il tessuto sociale.

Anche i sovrani neri africani scoprirono il valore di quel mercato e ne presero subito parte: vendevano alle potenze europee i propri prigionieri di guerra in cambio di stoffe pregiate, sete, perle, pietre preziose, acquavite, cannoni, polvere da sparo e armi. Alla fine del XVIII secolo gli schiavi sbarcati oltreoceano tra il 1501 e 1888 furono circa 9.475.000.

Gli ultimi paesi a spezzare le catene degli schivi furono il Brasile e Cuba nel 1888, ma solo nel 1926, dopo la prima guerra mondiale, la società delle nazioni deliberò ufficialmente la fine della tratta e dello schiavismo in tutto il mondo.

IL COLONIALISMO AFRICANO

Si inizia a parlare di colonialismo e di vera e propria corsa alle colonie africane a partire dalla seconda metà dell’ottocento. I promotori delle imprese coloniali erano spinti dall’innegabile importanza economica dei territori africani, sia in termini di risorse naturali che di sbocchi per le merci europee.

I Paesi che ebbero il ruolo di gran lunga più importante nella conquista dell’Africa furono Gran Bretagna e Francia. Con esse cercò di competere per un breve periodo la Germania, mentre il Portogallo si sforzava di mantenere i suoi antichi possedimenti e l’Italia cercava di creare il proprio impero coloniale con scarso successo.

Le nazioni europee giustificarono le loro pretese sul continente africano in nome di una presunta “missione civilizzatrice”: la popolazione locale, definita “selvaggia” veniva considerata inferiore e quindi da sottomettere.

L’effetto maggiore della dominazione europea fu quello di destabilizzare il continente e molto spesso l’azione degli europei si limitò solo al saccheggio della risorse naturali mentre non vennero create strutture utili ad un’economia moderna. Nei paesi in cui si stabilirono comunità di origine europea si crearono tensioni con la popolazione locale, discriminata politicamente ed economicamente.

Dopo averci fornito un quadro esauriente sull’Africa, sulla e sulla cultura di questo popolo, il nostro ospite si lascia travolgere da qualche considerazione al di là dei dati storici. Ci chiede: “Noi siamo contenti? La nostra società è felice?”

La nostra è una società alla continua ricerca di ricchezza, di potere, di agio, viene quindi spontaneo chiedersi se la vera felicità risieda nel possesso di queste cose. Inoltre è bene domandarsi dove risiedano e in cosa consistano i veri valori. Forse è più facile riscoprire il senso di solidarietà, ospitalità e condivisione in quei piccoli villaggi africani dove la povertà è tanta ma altrettanto grande è l’umanità delle persone che ci vivono.

Infine Giovanni conclude il suo intervento con una fiaba per farci capire quello che potrebbe essere il nostro ruolo e lo spirito che dovremmo avere nel partecipare ad un campo di lavoro:

“Scoppia un grande incendio e un piccolo colibrì cerca di spegnerlo. Si mette subito al lavoro e con tutto il suo impegno inizia una spola tra il pozzo e le macerie portando ogni volta nel becco qualche goccia d’acqua. Il suo lavoro è instancabile. Un elefante vede il piccolo uccellino all’opera e la sua fatica, continua per qualche minuto ad osservare la scena, ma alla fine chiama a sè il colibrì e con tono scettico gli dice: “non ce la farai mai, è un incendio troppo grosso e tu riesci a trasportare solo poche gocce per volta”. L’uccellino senza perdersi d’animo ribatte: “Sto facendo la mia parte“.

A voi le conclusioni…

Un grazie a Monica per la stesura