“Africa Oggi” senza “Europa Oggi”

Inserito in Testimonianze | sabato 26 maggio 2007 | |

La cooperazione internazionale, un gigante coi piedi d’argilla

di Muhindo Mughanda

Il rendez-vous del dare e del ricevere tanto auspicato dal poeta senegalese Senghor sembra rimandato alle calende greche quando ci si avvicina alle realtà che ne dovrebbero essere il train-d’union. La cooperazione internazionale allo sviluppo stenta ad essere bilaterale.

Sembra che, anche per essa valgano le previsioni realiste che nella cooperazione vedono il perseguimento dell’interesse nazionale, la corsa al potere. Che i volontari partano dall’Europa e non dall’Africa è un dato di fatto. Anche qualora si dicesse che “si lavora insieme a” la realizzabilità dei programmi resta pienamente nelle mani di chi deve sborsare il denaro.

Questo gli conferisce una grossa voce in capitolo. A questo si aggiunge il fatto che sentendo chi dall’Europa vorrebbe partire verso l’Africa come volontario, si sente che le sue motivazioni, il suo interesse gli sono più chiari di quanto lo sia ogni valutazione degli effetti della sua azione (e soprattutto della sua modalità) sulla gente che vorrebbe incontrare. Come per mettere la ciliegia sulla torta, potrei anche ricordare che sia il passato di relazioni dolorose tra Africa e Europa, sia la manipolabilità delle azioni poste con buone intenzioni, che è stata una costante di tale travagliata relazione, rassicurano. La domanda che sorge quasi automaticamente è quella di sapere se una autentica cooperazione può prescindere dall’essere bilaterale.

È stato un week-end a Capizzone insieme ai volontari di “Africa Oggi”, un incontro che sta ormai diventando tradizionale tra questa associazione e quella degli Studenti Africani dell’Università Cattolica (PSA), a fare risorgere questo interrogativo di cui si occupano gli internazionalisti. Lungi da me l’intenzione di ripercorrere il pensiero di questi ultimi. Vorrei solo rivisitare il mio fine settimana e farci una meditazione.

I volontari che vanno a Capo Verde, in Kenya e in Tanzania sono stati sottoposti ad un test di resistenza e di autovalutazione. All’entrata del Soggiorno Don Bosco è stata simulata una dogana presso la quale nessuna delle lingue che i volontari conoscono viene capita. Se la devono cavare senza capire nemmeno una parola. A questa prova è seguita una molto più impegnativa: rendere conto delle motivazioni della scelta di recarsi in Africa davanti ad uno dei finti doganieri. L’effetto percepito di questo esercizio si potrebbe riassumere in una parola: inadeguatezza.

Nel primo momento che comprendeva due tempi (controllo documenti, pagamento tassa doganale; controllo bagagli) le reazioni dei volontari sono state variegate. Sono stato particolarmente colpito dalla tentazione di volere -quando non si capisce una lingua- sapere se si ha una lingua in comune con chi ci si trova davanti. Peccato che l’ordine di questa curiosità partiva dall’inglese e non andava oltre il francese. Nessuno ha fatto menzione nè dello swahili nè del creolo o del portoghese, più perchè non sa di saperlo che perchè ne ignora l’esistenza nella zona in cui vuole operare come volontario (?). Eppure devono andare in Kenya, in Tanzania e a Capo Verde!

Nel secondo momento, quello motivazionale, le risposte dei nostri amici partivano dalla semplice curiosità alla speranza di cambiare qualcosa sia per sè che per gli altri e portavano quasi a identificare due figure idealtipiche: il curioso e l’ambizioso. Due provocazioni sono state ricorrenti per stimolare all’autovalutazione:

– Al curioso si chiedeva perchè voleva andare in Africa e non altrove, e all’ambizioso perchè non voleva finire di aiutare i propri poveri prima di andare a cercarne altri oltre mare?
– Al curioso si chiedeva se non rischiava di andare in Africa come in un museo e all’ambizioso se sapeva se gli africani che avrebbe incontrato sarebbero stati soddisfati/interessati al suo mese di soggiorno tanto quanto lui?

La confusione dei volontari nelle risposte aumentava proporzionalmente alla mia delusione nei confronti dei programmi di cooperazione allo sviluppo. I volontari erano ben intenzionati ma mi ricordavano i missionari, gli avventurieri ed altri che si sono trovati, senza saperlo, a servizio di potenze che nel passato all’Africa non hanno fatto solo del bene. Mi ricordavano quelle ONG le cui operazioni sono finanziate dai ministeri degli esteri che perseguono finalità diverse da quelle loro.

Tutto ciò non mi distoglieva dal condividere che si trattasse di esperienze che potrebbero avviare un processo virtuoso. Tutto dipenderà da come saranno gestite le diverse sfide evidenziate più in alto. Quella che dovrebbe essere affrontata prioritariamente è quella relativa ad un Africa Oggi senza un Europa oggi. La necessaria bilateralità non sarà data se dall’Africa non partiranno dei volontari; se non si saprà con chiarezza, come è emerso dalle discussioni con i volontari di “Africa Oggi”, che cosa ci si aspetta di ricevere da l’incontro con l’Africa e soprattutto che cosa potrebbe venire a fare qui una ipotetica associazione di africani denominata “Europa Oggi”.

La cooperazione allo sviluppo che è diventato un gigante, più per la proliferazione delle associazioni impegnate in questo settore che per l’aumento dell’aiuto allo sviluppo, rischia di essere sostenuto dai piedi d’argilla.