diario semiserio e semifilosofico del campo di Maputo, Mozambico

Inserito in Diari di viaggio | lunedì 22 novembre 1999 | |

Fabrizio a Maputo, Mozambico, 1999

“Invece di cercare il bambino Gesù nelle immagini leggiadre dei presepi, lo si dovrebbe cercare fra i bambini denutriti che questa notte non hanno da mangiare, tra i poverelli venditori di giornali che dormiranno avvolti nella carta qua e là, negli androni; nel piccolo lustrascarpe che forse non ha guadagnato il necessario per portare neppure un regalino alla mamma; o nel piccolo strillone che non è riuscito a vendere neppure un giornale e riceverà una terribile sgridata da un patrigno o da una matrigna.”

Mons. Oscar A. Romero

Sento il bisogno di ringraziare le persone che hanno fatto di quest’esperienza un’esperienza davvero mitica: Orny, Ricky, Ale e P. Antonio.
Un canimambo particolare a Bwana e a P. Gianfranco.
Questo diario è dedicato alle “coraggiose” M. Poppins, Pancry e a tutti coloro che hanno fatto, fanno o si preparano a fare una scelta radicale in favore degli ultimi.

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31 LUGLIO 1999 – 1 AGOSTO 1999
(La chewing – gum e il cacciatore)

“(,)Infatti, trattandosi di quanto riguarda i supremi destini dell’uomo, non è possibile se non fare una di queste cose: o apprendere da altri quale sia la verità; oppure, se ciò è impossibile, accettare, fra i ragionamenti umani, quello migliore e meno facile da confutare e su quello, come su una zattera affrontare il rischio della traversata del mare della vita(,). A meno che non si possa fare il viaggio in modo più sicuro con minor rischio su più solida nave, affidandosi cioè ad una divina rivelazione.”

PLATONE, Fedone

L’appuntamento dei campisti è fissato alle 18.00 (max 18.30) al check-in dell’Air France a Malpensa 1: due di essi (non se ne fa il nome per amor di patria) arrivano con 65 minuti di ritardo. Si scoprirà poi che gli amici che li accompagnavano avevano, ad insaputa dei partenti, modificato l’ora del display sul cruscotto della macchina illudendoli in tal modo di essere in anticipo. Sul volo per Parigi, Padre Antonio L. vive un’esperienza appiccicosa: si siede infatti in una poltrona su cui è stata “dimenticata” una chewing – gum, che diventerà parte integrante del suo “completo elegante”. Per tutto il viaggio fino a Maputo ci faranno compagnia i Mambonauti (ovverosia i campisti della nostra associazione che si recheranno a Nova Mambone, a circa 1000 Km da Maputo)

Il 31 Luglio può essere definita la giornata internazionale del ritardo: a causa del traffico aereo arriviamo a Parigi intorno alle 23 e, dato il pochissimo tempo che ci separa dalla coincidenza con il volo per Joannesburg, veniamo prelevati, con modalità coatta, dai dipendenti del Charles de Gaulle i quali, in un modo che sarebbe riduttivo definire spiccio, ci invitano a salire su un pulmino per velocizzare il più possibile le formalità d’imbarco. Ed è un bene, perchè due persone del nostro gruppo (di cui sempre per amore di patria si omette il nome), a causa del clima di incertezza generale), stavano per lanciarsi all’inseguimento di un signore totalmente estraneo, ma che indossava un giubbotto da cacciatore simile a quello di Giuseppe, un campista di Nova Mambone. Ci vedevamo già ad impiegare il periodo del campo di lavoro nell’inseguimento degli altri in un safari di caccia!!! Preso posto sull’aereo per Joannesburg, si cena, dopo il decollo, con menu fantozziano: 1) ravioli scotti di supposto salmone che camminavano da soli; 2) formaggio che secondo la versione ufficiale era al gusto di noci ma che, a giudicare dall’odore che da esso proveniva, avrebbe potuto tranquillamente innescare una guerra chimico – batteriologica; 3) brioche fragrante come poteva essere solo un residuato dei mondiali di calcio, tenutosi in Francia lo scorso anno.

Dopo una cena di così elevata qualità è inevitabile che fra i campisti si diffondesse un’atmosfera estatico – delirante, alla radice di discorsi non proprio sensati, aventi ad oggetto lo scarico del W.C. dell’aereo (“scarica in aria?”), la temperatura esterna (“perchè è così bassa?”) e il vaccino della febbre gialla (“se scaliamo in un paese endemico, poi in Mozambico ce la praticano in modo coatto ?”).
Durante la fase d’atterraggio, vediamo un signore inglese che richiama con cenni scomposti e con frasi sconclusionate la nostra attenzione: apprendiamo con non poca sorpresa che è alla ricerca della sua, scarpa. Atterrati a Joannesburg, scopriamo che manca un bagaglio. Scatta subito il “toto – sfigato”: chi l’avrà perso? Il vincitore avrà in premio un salamino. Il nostro gruppo si schiera compatto nell’indicazione di Nuccio: infatti, arrivati a Maputo, scopriamo che manca proprio la sua valigia. Vinciamo pertanto il salamino che sarà portato in trionfo da P. Antonio Rusconi il quale, appena giunti in dogana, ci si para dinanzi. Subito si sparge un’atmosfera di terrore: la sua fama di missionario titanico ha infatti superato il continente nero e come uno spettro si aggira fra gli associati di Africa Oggi. Nuccio in modo molto umile gli si rivolge, dicendo: “Buongiorno, sono Nuccio, dovrei fare la denuncia dello smarrimento del mio bagaglio!” E P. Rusconi di rimando “Gnaa!!! (trattasi di un termine originatosi da una crasi fra le parole no e nada e vuol dire: no!!!) la faremo in un secondo momento”. Ma anche Ornella ha perso una valigia e quindi si decide di fare subito entrambe le denunce. Dopo di che ci si sposta verso la casa provinciale dell’Istituto Missionari della Consolata, per accompagnarvi i Mambonauti: abbiamo così modo di sperimentare ed “apprezzare” la guida sportiva (?) di colui che può essere opportunamente definito lo “Schumacher di Maputo” e cioè Pe Antonio R. Dopo un rinfresco, abbandoniamo i Mambonauti al loro destino e ci rechiamo a perlustrare in macchina il territorio circostante la nostra missione che è sita a Machava, un quartiere all’estrema periferia di Maputo. In particolare facciamo un sopralluogo a Lachalava, la prima parrocchia dove ha operato Pe. Rusconi, il quale si lascia andare a tutta una serie di nostalgici ricordi sui suoi primi anni in Mozambico. Rientrati in missione siamo subito colpiti dall’imponenza della torre su cui sono collocati i ripetitori di Radio Maria Mozambique, diretta da P. Gianfranco, che in questo momento è on the air. Ci rechiamo pertanto alla Dependençia, che è il luogo dove dormiremo, distante circa una trentina di metri dalla “casa coloniale”, ma sempre entro il perimetro della missione. Fra la casa e la Dependençia v’è una falegnameria, una lavanderia, un locale adibito a deposito degli attrezzi e, fra essi, un piccolo orto in cui sono coltivati svariati tipi di verdure. La Dependençia consta di due camere: la prima viene assegnata alle ragazze, la seconda sarà occupata dai ragazzi. P. Antonio alloggia invece in casa con gli altri missionari. Fatta una prima sommaria disinfestazione delle camere, abbiamo la riprova lampante che i 4/5 della materia vivente del pianeta è costituita da insetti e che una cospicua parte di essa risiede in Africa. Appuriamo che saranno necessarie numerose altre disinfestazioni, con somma afflizione di Ornella e Riccardo i quali reputano riprovevole uccidere questi simpatici animaletti.

Verso le 19.30 ci rechiamo in sala per mangiare: la cena è stata preparata da P. Rusconi che, per la verità, si dimostra un bravo cuoco, soprattutto per quanto concerne i primi. Egli si preoccupa però di fugare ogni facile e comoda illusione: dalla sera successiva e per tutte le cene del campo gli incaricati della cucina saremo noi, mentre di giorno cucineranno a turno le due inservienti della missione.

Dopo la cena ed il lavaggio dei piatti ci sediamo con il padre in salotto e cominciamo a porgli tutta una serie di domande concernenti la missione e più in generale il Mozambico.

Alle questioni di carattere organizzativo P. Rusconi risponde con un piglio così deciso ed autoritario, che sarà per noi naturale attribuirgli per tutta la durata del campo la qualifica di Bwana che in swaili significa “Signore”[1]. Molto spesso a questo nome sarà affiancato il verbo uthurumie che, sempre in swaili, vuol dire “perdonaci”.

Anzitutto Bwana rende noto che ci attende un lavoro di pittura insieme ai giovani autoctoni in un salone di Liberdade, che è un complesso scolastico distante qualche chilometro dalla missione: dato che la chiesa è ancora in costruzione, tale salone sarà utilizzato per la celebrazione delle cresima di 103 giovani della parrocchia. Si lavorerà di mattina, mentre il pomeriggio sarà libero o dedicato ad eventuali occupazioni che si dovessero rendere necessarie in missione. Se si vuole girare per Machava è bene farlo in gruppo e comunque è igienico non usare i mezzi pubblici, onde evitare spiacevoli inconvenienti. Bwana sottolinea inoltre che è necessario trovare un momento giornaliero di preghiera comune. Dopo di che comincia a raccontare la sua esperienza di missionario, prima in Tanzania nella missione di Madibira e poi in Mozambico. Scopriamo che è entrato in seminario a 20 anni, perchè affascinato dai racconti di un missionario della Consolata che aveva conosciuto a Valmadrera (LC), la sua città di nascita. Dopo gli studi di teologia a Londra viene, come dicevamo, inviato prima in Tanzania e poi, dal 1992, in Mozambico. Dopo qualche notizia sulla situazione del paese, la stanchezza incomincia a farsi sentire sui presenti e decidiamo di andare a letto, non comunque prima d’esserci scambiati alcune impressioni fra di noi sulla nostra prima giornata mozambicana.

2 AGOSTO 1999

(” B-O-M – D-I-A – S-E-N-H-O-R – P-A-D-R-E-!!”)
“Mentre Diogene prendeva il sole nel Craneo, Alessandro Magno sopraggiunto disse:<Chiedimi ciò che vuoi> .E Diogene di rimando:<Lasciami il mio sole>”.

DIOGENE LAERZIO, Vite dei filosofi

La sveglia è alle 7.00 a.m. e dopo esserci lavati e vestiti ci rechiamo a colazione. La condizione necessaria e sufficiente per poter fare colazione è aver preventivamente preparato una spremuta d’arancia per il Bwana, nonchè aver tagliato e tostato due pani africani. Tale operazione richiede al turnista un anticipo di mezz’ora rispetto alla sveglia. Dopo colazione ci rechiamo a trovare il Capo della Polizia (!): può sembrare strano, ma da queste parti l’usanza prevede che i non autoctoni si presentino alla Polizia sia come atto di cortesia e deferenza, sia per misura preventiva contro eventuali ,.”ricamini”. Il Capo della Polizia è molto cordiale ma, non appena Bwana racconta alcuni fatterelli da codice penale avvenuti in missione nei mesi precedenti, assume un atteggiamento fra il laconico e l’evasivo, sottolineando che gran parte delle forze di cui dispone sono impegnate per il censimento elettorale. In ogni caso, noi possiamo “ficare tranquilos”. Sarà,speriamo bene. Dal posto di Polizia ci spostiamo a Liberdade, ove è sito il salone che dobbiamo pitturare. Incontriamo Celia che è una delle ragazze che lavorerà con noi, la quale ci si propone come guida. Oggi è infatti più che altro un giorno di visita e, dopo aver dato un’occhiata al luogo di lavoro, giriamo fra le classi in cui si sta tenendo lezione. Decidiamo di entrare in un aula in cui è in corso una lezione di sintassi portoghese e ci sediamo fra i banchi con gli altri studenti che ci osservano con uno sguardo fra l’attonito ed il canzonatorio e sembrano pensare: “Ma questi qui da dove saltano fuori e chi li ha mandati a chiamare?”. Usciamo quindi dall’aula: in pochi istanti ci si para dinanzi una ventina di bambini che, accortisi della presenza di Bwana, si schierano tutti intorno a lui e, con un atteggiamento marziale da fare invidia ai giovani della Hitlerjugend, gridano: “B-O-M – D-I-A – S-E-N-H-O-R – P-A-D-R-E-!” (Trad.: “Buongiorno Signor Padre”) Il Bwana di rimando: “Non ho sentito! parlate più forte!!!”. “B-O-M – D-I-A – S-E-N-H-O-R – P-A-D-R-E-!!!!”, rispondono preoccupati i meninos. Visivamente soddisfatto Bwana soggiunge: “Salutiamo come si deve questi nostri amici: qualcuno di voi sa cantare qualche canzoncina?” Si fa avanti timidamente una bambina di 4-5 anni, che ci canta una canzone sulla parabola di Gesù che paragona i suoi seguaci a coloro che costruiscono la casa sulla roccia (Mt. 7, 24 – 27).

Salutati i meninos rientriamo in missione e, dopo aver pranzato, dedichiamo il resto della giornata al completamento della disinfestazione della Dependençia. Prima di cena facciamo una passeggiata nel quartiere per visitare il mercato locale.

3 AGOSTO 1999
(Il Libraio Poncharello)

“Ci grida la carne: non aver fame, non aver sete, non aver freddo; se uno ha queste cose e spera di continuare ad averle, può gareggiare in felicità persino con Zeus.”

EPICURO, Sentenze Vaticane

Iniziamo il lavoro a Liberdade: vi giungiamo alle 8, ma i primi due indigeni si vedono solo alle 9.30 ed è circa alle 10.15 che il ritmo di lavoro diventa accettabile. Dopo aver appurato che mancano i mezzi e le forze necessarie per costruire le impalcature che occorrono per pitturare le pareti del salone, decidiamo di incominciare dalla parte opposta al palco perchè è a portata,.di pennello. Come è tipico di queste situazioni, ci viene naturale di accompagnare il lavoro con un canto, ma volendo dare a questa operazione un intento pedagogico, non ci viene migliore idea che intonare “Oh bella ciao!”: queste tre parole saranno le uniche ad essere ripetute dagli autoctoni. Del resto, il loro tentativo di insegnarci una loro canzone non sortisce certo effetti migliori.
Terminato il lavoro ci rechiamo a pranzo in missione e comunichiamo le nostre impressioni al Bwana circa la prima giornata di lavoro. Bwana, forte della sua pluridecennale esperienza nel Continente nero, sottolinea che non bisogna stupirsi della “calma” africana: per tutta una serie di ragioni storiche e culturali, gli abitanti di Maputo hanno maturato una sorta di diffidenza opportunistica nei confronti degli altri ed in particolare dell’uomo bianco. Soggiunge inoltre che avremo modo di approfondire il discorso sia sul piano concettuale che su quello dell’esperienza diretta. Dedichiamo parte del pomeriggio a svuotare gli scaffali di un locale adiacente la sala da pranzo e a caricare sulla jeep un quantitativo enorme di libri, che devono essere venduti ad una libreria di Machava. Diamo una mano agli inservienti della libreria nelle operazioni di scarico e notiamo con stupore che il loro capo è un sosia di Erik Estrada, noto protagonista della serie poliziesca televisiva C.H.I.P.S.!!.

Per il resto della giornata non accade nulla di particolarmente rilevante.

4 AGOSTO 1999
(Non ho tempo!)

“Solo quando la necessità di assicurare all’intero genere umano condizioni di vita dignitose verrà riconosciuta e avvertita come un dovere comune da parte di tutti gli Stati e di tutti gli uomini, solo allora si potrà parlare, non del tutto a sproposito di umanità civile.”

ALBERT EINSTEIN

In mattinata siamo a Liberdade per la continuazione del lavoro di pittura: questa volta i giovani che devono aiutarci, o meglio che dovremmo aiutare, sono puntuali e quindi si può cominciare immediatamente a montare le impalcature: quando tutto è pronto però, i ragazzi impiegano quasi un’ora (!) a “misturare” la vernice. Ed è qui che una campista incomincia a manifestarsi come il “Bwana in gonnella”, o, se preferite come Sig.na “non ho tempo”: infatti si dirige con atteggiamento colonico verso gli autoctoni distribuendo i pennelli e la “pinta”: preso a sua volta un pennello ed un recipiente di vernice corre, o meglio si teletrasporta, di fronte alla parete prescelta che ultimerà con precisione padano – certosina in poco meno di un’ora.
Nel pomeriggio, dopo pranzo, andiamo al dispensario di Machava nella speranza di poterlo visitare, ma un infermiera ci avvisa che dobbiamo attendere il permesso del medico di guardia che oggi non c’è. Dovremo ritentare nei prossimi giorni.
In serata ci rechiamo nuovamente a Liberdade, per assistere alle prove generali della Cresima: registriamo molti canti e osserviamo le ragazze che provano un ballo africano che danzeranno durante la Messa. Facciamo conoscenza di Irma Ivette, superiora dell’ordine di Nossa Mãe da Africa, che opera a Liberdade e nel territorio parrocchiale: ci appare molto giovane per l’incarico che ricopre, è molto simpatica e rivela una spiccatissima predisposizione per il ballo. Sopra la veste talare indossa la Capulana che è il telo coloratissimo che le donne mozambicane portano sopra la gonna o in sua sostituzione. I canti eseguiti sono molto belli e ritmici, tanto che dobbiamo legare le mani ad una campista, che non riesce a resistere alla tentazione di accompagnarle percuotendo un pezzo di legno. Forse che il coro Bandeko ha trovato una nuova bonghista?

5 AGOSTO 1999
(la birra nel b,)

“La conoscenza di Dio non si ottiene nè per mezzo della scienza nè per mezzo del pensiero, come per gli altri oggetti dell’intelligenza, ma per mezzo di una presenza che vale più della scienza.”

PLOTINO, Enneadi

In mattinata Bwana chiede al capogruppo di restare in missione per operare lo “scanning” di alcune foto di cui ha bisogno per la sua corrispondenza e-mail. Pertanto a Liberdade vanno solo Riccardo, Alessia, Ornella e P. Antonio. Durante il lavoro, una ragazza del gruppo (di cui non si fa il nome per amor di, gruppo), alla vista di un atletico ragazzo indigeno, scivola dall’impalcatura, per fortuna senza gravi conseguenze. Nel pomeriggio, dopo lo “stincamento” (= riposo) che dura mezz’ora più del previsto, andiamo con Bwana a Maputo in quanto ha da compiere alcune commissioni. Durante il tragitto ci addentriamo in un quartiere decisamente popolare, quasi una favela: subito ci vengono incontro non meno di 15 bambini, che cercano in tutti i modi di attirare la nostra attenzione, con capriole, sorrisi, richieste. Personalmente mi torna alla memoria una frase di un’omelia di Mons. O. Romero, vescovo di El Salvador assassinato nel 1980, ove si afferma che il Bambino Gesù va cercato non tanto nei presepi, quanto nei bambini poveri e sofferenti.
Lasciati i meninos, ci rechiamo al mercato municipale di Maputo, che è un vero e proprio intrico di bancarelle multicolori piene di souvenir di tutti i tipi. I prezzi sono esposti ma,.corrispondono almeno al quadruplo del valore reale: bisogna pertanto sottoporsi a trattative estenuanti e lunghissime, per spuntare un prezzo almeno accettabile. Comprati alcuni souvenirs, lasciamo il mercato e ci ricongiungiamo al Bwana che nel frattempo ha fatto le sue commissioni; siccome fa molto caldo, ci propone di entrare in un bar per gustare una birra locale. Mentre ci avviciniamo al bancone Riccardo chiede: “Ma ce la danno in lattina?” Bwana risponde: “No, nel b,”. Ma prima che possa dire “bicchiere”, Ornella fa un’inversione di 180°, uscendo “a tutta birra” dal locale. Bevuta la birra torniamo a casa, non senza aver assistito ad un esibizione dello Schumacher di Maputo, che sulla strada del ritorno evita con margini del tutto risibili, 4 o 5 collisioni.
6 AGOSTO 1999
(meninos de rua)

“Chi dispera in sè medesimo conosce Colui che è.”

FILONE D’ALESSANDRIA, De Somniis

Anche oggi il capogruppo non si reca a lavoro, questa volta perchè è il suo turno in cucina. Infatti per i primi dieci giorni ognuno di noi, a turno, resta in cucina per dare una mano alle inservienti del Bwana e soprattutto per controllare che tutto fili liscio. In realtà l’incombenza principale della mattinata è la pulitura del frigorifero, che contiene ancora tracce dei cibi che Bwana aveva portato da Madibira nel lontano ’92. Con molto olio di gomito, si riesce a dare all’elettrodomestico in questione un aspetto accettabile, almeno a giudizio di Bwana; Bwana in gonnella, infatti, non manca di rimarcare che, a suo avviso, si poteva fare molto meglio. Ma si sa, la perfezione è solo di Dio (e di Bwana in gonnella). Finito il lavoro, il capogruppo approfitta del tempo libero per parlare con P. Gianfranco che è il collaboratore di Bwana, nonchè direttore dei programmi di Radio Maria Moçambique: si tratta di un’ottima opportunità per capire per sommi capi il funzionamento della radio e la sua funzione sociale, in una realtà come il Mozambico, paese martoriato da una recente guerra civile e che necessita di un’organica ed adeguata ricostruzione valoriale. Quando gli altri campisti tornano per il pranzo, apprendiamo che oggi è stata un’altra campista a fare uno show, rovesciandosi addosso un barattolo di vernice. Nel pomeriggio, dopo un breve riposo, ci rechiamo dalla mamma di Mariamu, ragazza mozambicana che ha sposato un ragazzo di Casatenuovo e lì risiede. Questa ragazza ci ha dato un pacco per sua madre: cogliamo pertanto l’occasione della consegna per vedere le condizioni di una famiglia che vive in una zona rurale. Effettivamente il tenore di vita di queste persone è decisamente più basso rispetto agli abitanti di Machava: la casa, pur essendo in muratura, è costituita da un’unica stanza dove sono buttati a terra alcuni materassi; intorno giacciono alla rinfusa alcune povere suppellettili. La cucina è sita all’esterno dell’abitazione, mentre nel giardinetto davanti alla casa giocano molti bambini che ci si fanno subito incontro. Ci sembra che questa gente si manifesti in maniera più genuina e disponibile rispetto alla gente di città. Apprendiamo che una delle donne incontrate è una “Legionaria dell’Azione Cattolica”, cioè una volontaria che coadiuva la pastorale dei sacerdoti: il territorio di una parrocchia in Africa è di norma più molto più vasto di quello in Italia e il Bwana di parrocchie ne ha addirittura tre, E’ evidente che non possa costantemente raggiungere tutte le famiglie e che, pertanto, necessiti di un “aiuto laico”. Non v’è dubbio che questa visita abbia creato non poca sorpresa, soprattutto a quelli di noi che non avevano mai visitato un paese in via di sviluppo. Qualcuno infatti commenta: “Ma queste persone sono molto più povere di quelle di città!”; al che Bwana invita, giustamente, a posticipare al rientro in missione considerazioni di questo tipo. Durante il viaggio di ritorno lo stato d’animo di tutti è piuttosto fiacco, per cui si decide di sollevarci il morale con una brincadeira (=scherzo): le ragazze preparano infatti “il sacco” al Bwana. Egli se ne accorge quasi subito, a causa degli innumerevoli indizi da esse lasciati, ma sta al gioco e finge di non aver capito anche quando, in serata, torniamo tre volte davanti alla sua camera per vedere se lo scherzo è riuscito. Giunti alla Dependençia, il capogruppo medita di fare uno scherzo ad Alessia, riempendogli il sacco a pelo di oggetti: ma quando, sta per realizzare il suo disegno criminale, si rende conto che il sacco a pelo di Alessia è di fatto già un “silos”. Esso contiene infatti: salviette, calze, magliette, pigiama, “coton fioc” etc., etc., etc.

7 AGOSTO 1999
(La torta rovesciata)

“Devi amare il tuo prossimo come te stesso perchè tu sei il tuo prossimo. E’ solo un’illusione che ti fa credere che il tuo prossimo sia qualcosa di diverso da te stesso.”

RADHAKRSHNAN

Il Sabato è giornata di riposo dal lavoro a Liberdade e quindi lo dedichiamo sia alla pulizia generale della Dependençia, sia a scambiarci le nostre impressioni sulla prima settimana in Mozambico. Nel pomeriggio, dopo un giro al mercato, prepariamo la cena con ogni cura: si festeggia infatti il quarantesimo compleanno di P. Gianfranco. In particolare prepariamo una torta. Quando, finita la cena, giunge il momento del dolce e ci apprestiamo a cantare il Parabens a Gianfranco, qualcuna di cui non si fa il nome (perchè tanto è ritratta da una foto) s’incarica di portare la torta, ma, con un atto inconsulto che le varrà d’ora in avanti l’appellativo di “Frana”, la rovescia su una sedia, per fortuna, vuota.

Dopo il bilancio della prima settimana con Bwana, facciamo un falò con i rifiuti accumulati dal nostro arrivo.
8 AGOSTO 1999
(Bwana e la danza dell’orango)

“Coloro ai quali importa di avere qualcosa di divino in loro, devono preoccuparsi di essere in grado di pensare qualcosa di cosiffatto”.

ALESSANDRO DI AFRODISIA, De Anima

Alle 8.30 ci rechiamo in parrocchia dove si tiene la S. Messa: la celebra P. Gianfranco, che si accomiata in tal modo dalla missione. Infatti fra dieci giorni dovrà recarsi in Italia per un periodo di sei mesi di studio.

La predica dura almeno tre quarti d’ora non solo perchè Bwana parla molto a lungo, ma anche perchè le sue parole vengono tradotte in shi – ronga (che è il dialetto locale): tale operazione richiede molto tempo, anche se Bwana non manca di segnalare in modo molto efficace al traduttore che è il caso di stringere. I canti che ascoltiamo sono molto belli e nell’insieme, nonostante la lunghezza del rito, la messa ci appare molto più partecipata e viva che da noi.
Terminata la Messa, seguiamo con attenzione le prove di canto dei bambini: personalmente trovo che ci accolgano in modo più simpatico ed aperto che i ragazzi della scuola di Liberdade, dove avevamo assistito alla lezione di portoghese: evidentemente i bambini non sono limitati da alcuni schematismi che vigono nella mentalità adolescente ed adulta e che spesso costituiscono delle vere e proprie barriere.
Rientrati in missione, ci prepariamo al pranzo ufficiale di saluto a P. Gianfranco: viene preparata una tavola sotto il porticato della missione ove mangeremo noi, i padri e le suore; su un tavolo di pietra a fianco mangiano invece le legionarie (vedi 6 Agosto). A parte un certo disagio provocato dalla posizione “colonica” in cui prendiamo i pasti, ci divertiamo molto a vedere i balli danzati da queste legionarie, nonchè il “ballo dell’orango”, danzato da Bwana che, cintosi con una capulana, incomincia a saltare e fischiare sempre più freneticamente mandando in delirio gli astanti.
Nel pomeriggio P. Gianfranco ci porta al confine con lo Swaizland (un piccolo stato sito fra Mozambico e Repubblica del Sudafrica che non è mai stato colonizzato perchè, in virtù della sua particolare collocazione geografica, non era nelle mire espansionistiche nè degli inglesi nè dei portoghesi) per visitare un santuario. Durante il tragitto, “il fanciullino che è in noi” ci spinge a inzupparci vicendevolmente con una bottiglia d’acqua. Ciò ci costerà, oltre che una sosta forzata al sole lunga una ventina di minuti, anche un raffreddore generalizzato. Prima di rientrare a casa, visitiamo una missione retta da Suore della Consolata: la superiora è la sorella del predecessore di Bwana a Machava e ci stupisce per la sua vitalità, nonostante l’età avanzata. Ci racconta alcuni aspetti della storia del Mozambico, con particolare riferimento alla guerra civile, e ci spiega le attività della sua missione che è una sorta di casa di riposo in cui sono curate nove degenti.
9 AGOSTO 1999
(Il gioco del cappello)

“Dio è un essere sconcertante. Sia perchè non se ne può parlare se non in termini simbolici, mitici, dialettici, sia perchè sfugge ad ogni tentativo di catturarlo, sia perchè rimane sempre nell’ambiguità e ha sempre in sè le due forze del mondo: il sì e il no, la positività e la negatività, la creazione e la distruzione. L’esistenza di Dio significa tre cose: l’uomo è peccatore; il mondo ha un senso; il male finirà. Dio è oggetto di consenso e di rifiuto insieme, di fiducia e di riluttanza; a lui ci si abbandona e da lui si fugge. E’ soggetto di ira e di misericordia, è inevitabile ed è evitato, incombente e sfuggito insieme, sempre inquietante, accessibile tanto nella fiducia del sì, quanto e forse ancor di più nel deserto della disperazione, in quella fiduciosa desperatio di cui parla l’ossimoro di Lutero. Dio elude e delude chi vuole afferrarlo, ma ad un tratto può dire, come spesso si vede nella Bibbia: <eccomi qui!>. Non si sa se essere più contenti o atterriti quando si è visitati da Lui, secondo l’espressione di Isaia: è sempre una presenza scomoda ed assillante, un’urgenza che non dà requie all’uomo e, come dice Dostoevskij <lo aspetta all’angolo della via>, perchè, come dice l’epistola agli Ebrei, <è terribile cadere nelle mani del Dio vivente>”.

LUIGI PAREYSON, Libertà e dialettica

Stamattina incomincia una settimana di lavoro intenso, che dovrà essere improrogabilmente terminato Sabato sera, in quanto Domenica mattina nel salone si terranno le cresime alla presenza del Cardinale di Maputo e tutto dovrà essere impeccabile. Comunque siamo fiduciosi perchè abbiamo notato che, dopo i primi giorni, abbiamo stipulato una sorta di patto non dichiarato con gli autoctoni: noi siamo diventati un po’ meno frenetici e loro “si sono dati una mossa”. Nel pomeriggio, dopo un breve riposo, accompagniamo Gianfranco in un giro in città. Abbiamo così modo di prendere atto delle contraddizioni che emergono in una capitale del terzo mondo e che, si possono riscontrare, ad esempio, a Salvador Bahia in Brasile. Capita spesso cioè di vedere quartieri residenziali dove il benessere, se non la ricchezza vengono senza mezzi termini ostentati e che potrebbero tranquillamente trovar riscontro in una città europea o degli U.S.A. Poi magari giri l’angolo,. Ed entri in un quartiere che ti sembra mille miglia lontano rispetto a quello in cui eri un secondo fa: strade dissestate, catapecchie, mucchi di pietre e di mattoni per strada, mendicanti, bambini di strada, venditori ambulanti con ogni genere di mercanzie, Paradossi della tanto decantata globalizzazione economica.
Ci rechiamo dal fotografo a ritirare le fotografie di Ornella: l’orario previsto era le 17.00, ma le foto ci vengono consegnate con una buona mezz’ora di “ritardo onesto” (la dizione è di Ricky),. Anche questa è Africa.

In serata siamo a Liberdade per seguire ancora l’organizzazione delle cresime e della visita pastorale del Cardinale di Maputo, che inizierà domani. Rientrati in missione si lancia il “gioco del cappello”: ma siamo tutti un po’ stanchi e solo Ricky verrà a capo dell’enigma. Qual è la spiegazione? Vi piacerebbe saperla eh? Ma è meglio partecipare al gioco ed arrivarci da soli!!!
10 AGOSTO 1999
(Fabrizio e la candela)

“(,) Immaginati che degli uomini stiano in una dimora sotterranea in forma di caverna(,) e che in questa (,) stiano sin da bambini con catene ai piedi e al collo, cosicchè non possano muoversi nè guardare altrove se non dinanzi a sè (,); alle loro spalle brilla la luce di un fuoco, acceso lontano, su un altura: di mezzo tra il fuoco e i prigionieri c’è una via e lungo questa via (,) un muricciolo(,) lungo (cui) passi della gente che porti utensili d’ogni genere.(,) Se potessero discorrere tra loro(,) riterrebbero come realtà le ombre degli oggetti che vedrebbero(,) e che le ombre di quegli oggetti fossero l’unica realtà esistente.(,)Quando qualcuno fosse costretto d’improvviso a levarsi e volgere in giro il collo e camminare e guardare la luce e nel fare tutte queste cose soffrisse e per lo sfolgorio fosse incapace di contemplare direttamente quegli oggetti (,) non credi che rimarrebbe perplesso, e riterrebbe che le cose allora vedute fossero più vere di quelle che gli si mostrano ora?(,) Egli dovrebbe abituarvisi se volesse vedere gli oggetti(,) dapprima riguarderebbe le ombre e dopo(,)nell’acqua le immagini degli uomini e delle altre cose, poi gli oggetti stessi (,) e da ultimo potrebbe guardare il sole. (,) Se codesto uomo ritornasse dov’era (,) non avrebbe gli occhi offuscati da tenebra? E(,) se si provasse a sciogliere quegli uomini e a condurli in alto(,), non pensi che lo prenderebbero per pazzo e lo ucciderebbero senz’altro?”.

PLATONE, Repubblica

E’ necessario ultimare al più presto il salone di Liberdade, quindi oggi il Bwana resta con noi per dirigere i lavori: si diffonde un’atmosfera di terrore e tutti lavorano molto più alacremente del solito. Le sue direttive sono espresse in modo che tutti possano sentirle, compresi quelli che sono rimasti a Machava. I momenti più traumatici si verificano durante lo spostamento delle impalcature che devono consentire ai pittori di verniciare le parti alte del salone. Quando veniamo chiamati per lo spostamento, dobbiamo immediatamente abbandonare le nostre occupazioni e disporci intorno all’impalcatura, sollevarla e spostarla. In questo contesto si producono alcune situazioni paradossali legate all’uso della lingua, in quanto Bwana si rivolge agli indigeni dicendo ” spostala da qua verso là!” mentre a noi italiani dice: “Toma esta madeira!” (=”prendi questo legno”). Quando si dice una Babele!!! Nonostante le differenze linguistiche a tutti noi, umili lavoratori, viene in mente una canzone da dedicare al Bwana, le cui parole sono più o meno queste:
“John Brown giace nella tomba là nel pian, dopo una lunga lotta contro l’oppressor, John Brown giace nella tomba là nel pian, ma l’anima vive ancor.”
Finito il lavoro torniamo in missione e, dopo il pranzo ed un breve riposo (ne abbiamo bisogno perchè siamo proprio spossati), decidiamo di fare un giro al mercato di Machava. In serata, dopo cena si fa il “gioco del pittore” ma con risultato ancora più deludente del “gioco del cappello”: nessuno riuscirà infatti a capirlo. In nottata, onde accontentare le ragazze che reclamano qualche scherzo in omaggio, dopo aver discusso del mito platonico “della caverna”, (cfr. passo della Repubblica sopra riportato) viene accesa una candela, successivamente posta davanti al davanzale della loro camera. Circa mezz’ora dopo il posizionamento, si sente una voce dall’altra camera che sembra provenire dal mondo dei sogni: “Noooooo, guarda, non è possibileeeee!!!!”.

11 AGOSTO 1999
(Alessia e il Cardinale)

“In quanto poi all’idea di anima in sè(,) si può(,) dire a cosa somiglia(,). Paragoniamola ad una congenita forza alata d’una coppia di cavalli e di un’auriga; ma i cavalli e gli aurighi divini sono tutti buoni e di buon lignaggio; quelli degli altri: misti. E in primo luogo, nel caso di noi uomini, l’auriga guida sì la pariglia, ma dei suoi cavalli uno è eccellente e di razza eccellente, l’altro di pessima razza e pessimo esso stesso; e per conseguenza da noi l’opera dell’auriga non può non riuscire penosa e difficile(,) La virtù delle ali è di portare in alto ciò che pesa, sollevandolo fino alla sfera abitata dagli dei, e però più d’ogni cosa corporea essa partecipa del divino; e il divino vuol dire bellezza, sapienza, bontà(,). Di ciò soprattutto si nutrono e si fortificano le ali dell’anima; ma per effetto di quel che è turpe e cattivo e simile si sciupano e periscono. (,)L’anima che ha più seguito il dio (,) solleva il capo dell’auriga nella parte esterna del cielo e, trasportata dal moto circolare, pur turbata com’è dai cavalli, riesce, sia pure con difficoltà, a scorgere le essenze. Un’altra a volte si leva a volte si sommerge, e, tratta a forza dai cavalli, ora vede, ora non vede. Le rimanenti, agognando anch’esse di salire in alto, seguono; ma incapaci di giungervi sono confusamente in giro travolte negli spazi inferiori, urtandosi ed incalzandosi(,)molte (,) rimangono storpie, molte vi spezzano molte fra le penne delle ali e tutte, dopo un gran travaglio, senza aver goduto dello spettacolo dell’essere, s’allontanano e, venute via, si pascono d’opinione.”

PLATONE, Fedro

La levata di mattina è sempre traumatica soprattutto, pare, per le ragazze: infatti quasi sempre la sveglia digitale è affidata ad esse, ma i loro bioritmi sono decisamente diversi. Ornella, che di solito si alza per la Messa, punta la sveglia ufficialmente alle 6.00 ma di fatto anche alle 5.30 – 5.45. Ciò avviene con evidente disappunto di Alessia, che gradirebbe dormire un po’ di più, anche perchè tende a fare un po’ più tardi la sera: questo stato di cose determinerà per tutto il campo una serie di furti incrociati della sveglia. Alla fine la questione si risolve in favore di Ornella, che si abituerà ad imboscare la sveglia sotto le coperte.
In mattinata siamo ancora a Liberdade per i lavori di rifinitura ed in particolare per fare lo zoccoletto che sarà di colore rosso scuro. Quasi subito si apre una disputa non propriamente teoretica fra Bwana e Frana (vi ricordate? È la stessa della torta). Bwana: “Ma non puoi pensare di tirare lo zoccoletto così!!!! Da quella posizione non vedrai mai se la linea è dritta!!!”. Frana: “Bwana, ma ti assicuro che da questa angolazione la vedo benissimo!!!”. B.: “Ma no ti dico, devi fare come me!!! E’ questa la posizione giusta!!!” E nello stesso istante si accovaccia quasi a sfiorare terra. “Bwana uthurumie!!!”, dice Frana ormai sfiancata. Comunque nel bene e nel male, noi e Bwana tiriamo lo zoccoletto da soli in tutta l’area del proscenio del salone. Nel pomeriggio mentre i ragazzi rimangono a riposarsi col Bwana in casa, le ragazze si recano con P. Gianfranco al funerale di una signora anziana, che si tiene nella “Maputo – bene”. I ragazzi approfittano dell’assenza delle due campiste per preparare uno scherzo decisamente più incisivo di quello del giorno prima: parte del contenuto della valigia di Ornella viene posto nella valigia di Alessia e viceversa. In serata verso le 19.00 siamo nuovamente a Liberdade perchè da oggi incomincia la visita pastorale del Cardinale Arcivescovo Dom Alexander e del suo vescovo ausiliare Dom Adriano. Ci è stato anticipato che si tratta di due monaci dell’ordine francescano e ciò ci incuriosisce molto. La prima tappa della visita pastorale si tiene in una casa sita nella zona a Nord del territorio parrocchiale. Quando vi giungiamo siamo colpiti dall’accoglienza che i parrocchiani tributano ai due porporati e al Bwana: è un tripudio di danze e canti, che dura non meno di dieci minuti. La nostra intenzione sarebbe quella di assumere una posizione decisamente defilata, ma veniamo quasi immediatamente “sgamati” da un amico del padrone di casa che un po’ in portoghese, un po’ in shi – ronga e un po’ a gesti ci fa capire che non è decoroso per ospiti del nostro calibro (!) restare così in fondo e ci sospinge fra due ali di folla verso il porticato della villa dove, dietro un tavolo, hanno già preso posto Dom Alexander, Dom Adriano e il Bwana. Certo l’imbarazzo è notevole, ma viene diminuito dal fatto che ci troviamo circondati da bimbi di tutte le età che, pur non essendo eccessivamente espansivi (almeno per chi ha conosciuto i bambini brasiliani), riescono comunque a manifestarci una certa simpatia. Lo schema della serata, che sarà pressappoco ricalcato nelle due serate successive, è il seguente: si comincia con alcuni canti, viene poi celebrata la Liturgia della parola e, dopo un “breve” commento a tali letture approntato da un laico che è solitamente preposto alla bisogna, incomincia la visita pastorale vera e propria. I responsabili delle varie comunità di base della zona leggono infatti una relazione in cui enucleano nel modo più esauriente possibile l’attività delle comunità sia sul piano della preghiera, sia su quello catechistico, sia su quello dell’attività di carattere sociale. Terminate le relazioni, la parola passa al Cardinale, che tira le fila di tutto il discorso e, soprattutto, pone l’accento sulle questioni che gli stanno maggiormente a cuore o su alcune manchevolezze che riscontra nell’attività di tali comunità. I tempi obiettivamente sono molto lunghi e i bambini incominciano, dopo la prima ora, a dare segni di stanchezza: in particolare una bimba di 6 – 7 anni sta letteralmente dormendo pur essendo seduta a terra e a nulla servono le gomitate che di tanto in tanto riceve, perchè, dopo una veloce e indispettita occhiataccia all’autore del gesto, ripiomba immediatamente in fase di “Rem”. Il lato umoristico della serata è senz’altro costituito dal contegno del Bwana: quando i vari relatori allungano le relazioni più del dovuto egli si prodiga con cenni che indicano di “tagliare”; di tanto in tanto sottolinea con espressioni indescrivibili i concetti espressi dai delegati, ma soprattutto, dopo due ore di relazioni inizia a dare segni d’insofferenza come un John Brown qualunque.

Durante l’intervento del Cardinale il dibattito tocca il tema della preparazione alla Cresima: a questo punto Dom Alexander rivoltosi ad Alessia le dice: “Beh, è bello vedere delle ragazze fresche, pulite, come voi: in Africa le ragazze a 14 anni possono già essere madri di figli, le cose qui stanno ben diversamente che da voi”. E’ l’inizio di un atteggiamento simpatetico fra Alessia e il Cardinale, che si protrarrà per tutta la durata della visita pastorale. Finita la parte “ufficiale” della visita, c’è la cena: è inutile specificare che vorremmo defilarci ed è altrettanto inutile soggiungere che veniamo sospinti dentro la casa dove si tiene la cena “coloniale”, che è in realtà un buffet. Per noi è il secondo pasto rigorosamente africano, dopo il pranzo domenicale in onore di P. Gianfranco e facciamo conoscenza con tutta una serie di intingoli dal sapore piccante ed esotico. Dopo cena, Dom Alexander e Dom Adriano vogliono conoscerci e quindi ci spostiamo nel salotto dove essi sono seduti. Il Cardinale chiede subito se siamo sposati fra di noi e, ricevuta risposta negativa, ascolta con molto interesse le presentazioni che fa P. Antonio. Arrivato al capogruppo egli dice: “Si chiama Fabrizio e lavora in un partito politico.” Al che Dom Adriano esclama: “Forza Idalia?” Gli si risponde ovviamente in modo negativo e, non appena viene enunciato il partito corretto, il prelato prima arrossisce, poi fulmina il malcapitato con un “Não ghosto” (= “non mi piace”).

Alla fine della serata ci tocca la sfilata fra due ali di folla, così come era stato all’inizio: stanchi, ma contenti di aver vissuto quest’esperienza squisitamente africana, torniamo in missione.

Visto l’interesse riscosso dalla discussione del “mito della caverna”, avvenuta il giorno prima, si decide di dedicare una mezz’ora serale alla discussione filosofica. Questa sera si parla del mito platonico del “Carro alato”( cfr passo del Fedro sopra riportato). In realtà va detto, ad onore dei campisti, che fin dal primo giorno si sono mostrati molto attenti e interessati alle questioni filosofiche. Le frasi che vedete riportate sotto ogni data, sono state oggetto di discussioni molto vivaci da parte di tutti i partecipanti a questo campo di lavoro. Non le riportiamo per esteso perchè la filosofia perde molto se è trasportata dalla dimensione dialettica a quella scritta.

Prima di andare a letto, decidiamo di fare uno scherzo al Bwana: ci rechiamo di soppiatto sotto la sua finestra dalla quale si vedono delle tende rosse e accendiamo una candela proprio sul davanzale. Evidentemente il tendaggio impedisce di vedere la flebile fiammella e dall’interno della stanza tutto tace. Proviamo allora a colpire debolmente il vetro e subito si sente: “Chi è !!!” pronunciato più volte e con un tono sempre più sorpreso. Decidiamo quindi di manifestarci dicendo: “Bwana, siamo noi, non avevi visto la candela?” La risposta, molto eloquente è “Gnaaaaaa!!!!”, dopo di che, silenzio di tomba.

12 AGOSTO 1999
(P. Antonio e il trenino)

“Due cose riempono l’animo di ammirazione e reverenza sempre nuove e crescenti, quanto più il pensiero vi si ferma su: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me (,)La prima veduta di un insieme innumerevole di mondi annienta, per così dire, la mia importanza di creatura animale, che dovrà restituire la materia di cui è fatta al pianeta(un semplice punto nell’universo), dopo essere stata dotata per breve tempo(non si sa come) di forza vitale. La seconda invece innalza infinitamente il mio valore, come valore di un’intelligenza, (,) e mi rivela una vita indipendente dall’animalità e persino dall’intero mondo sensibile: almeno per quel che si può desumere dalla destinazione finale della mia esistenza in virtù di questa legge; la quale destinazione non è limitata alle condizioni e ai confini di questa vita, ma va all’infinito”.

IMMANUEL KANT, Critica della ragion pura

Questa mattina si fa pausa lavorativa e ci rechiamo al mercato municipale per fare degli acquisti: Ornella, con un’abilità che ci lascia tutti di stucco, riesce ad ottenere dopo un buon venti minuti di estenuanti trattative un elefante in ebano per 55.000 Meticais invece che a 195.000 M. E dire che non sembrava molto portata per le questioni finanziarie: i primi giorni ci tempestava infatti di domande sui cambi e, non accontentandosi del cambio Metical – Lira, pretendeva il passaggio anche in dollaro, lira maltese e real brasiliano,.
Dopo aver comprato qualche oggetto ci rendiamo conto che non avrebbe senso acquistare generi per il mercatino di Africa Oggi: i costi, infatti, nonostante si cerchi in tutti i modi di tirare sul prezzo, sono comunque molto elevati. Ci viene infatti confermato dal Bwana che sarebbe molto più conveniente fare acquisti nelle province del Nord. Tornati dal Mercato Municipale ci rechiamo nella scuola statale confinante con la missione: le ragazze sono infatti alla disperata ricerca di qualcuno che sia in grado di fare le trecce di tipo africano. Tutti i tentativi fatti fino ad oggi sono stati inutili, ma Ornella ed Alessia non disperano di coronare il loro sogno, cioè, la loro acconciatura.

Prima di rientrare in missione passiamo dal mercato di Machava, nella speranza di trovare almeno gli anellini da porre sui capelli: nel settore “gastronomico” troviamo una legionaria intervenuta al pranzo di domenica scorsa che porta, vincolato alla schiena per mezzo della capulana, il figlioletto Joachim. Decidiamo di fare una foto tutti insieme.

In serata partecipiamo alla seconda tappa della visita pastorale che si svolge in una casa decisamente più popolare rispetto a quella che ci ha ospitato ieri: un’accoglienza ancora più quente (=calda) della sera precedente allo stesso tempo ci frastorna e ci rende felici. Rispetto alla prima tappa della visita pastorale, notiamo che si parla molto più in ronga e che viene dato maggior spazio alle danze ed ai canti. Alla fine della celebrazione il Cardinale dà la benedizione speciale per l’infanzia: il Bwana, lasciandoci felicemente sorpresi, prende in braccio una bambina e sorride beatamente. Il tutto però dura non meno di due ore e mezza ed è evidente che alla fine siamo tutti un po’ stanchi. In particolare P. Antonio ha molta voglia di scherzare: si alza dalla sedia e, poichè sfiora con la testa un filo elettrico (ovviamente isolato), inizia a camminare avanti e indietro dicendo: “Ciuf, Ciuf sono un trenino!!” a questo punto una persona del nostro gruppo (di cui non si fa il nome per amore di patria) viene colta da un attacco di riso talmente violento che ,.. vabbè non è il caso di andare oltre, limitiamoci a dire che,.deve urgentemente ritirarsi!

Per quanto riguarda la cena, questa sera riusciamo ad evitare di desinare col cardinale e l’ausiliario, ma la situazione è comunque un po’ imbarazzante, perchè mangiamo sul tavolo da cui il cardinale ha presieduto la liturgia della parola, mentre di fronte a noi siedono accovacciati i,. John Brown!!! Ovviamente la sedia cardinalizia, la più imbarazzante, quella che domina su tutta la platea, indovinate a chi spetta? Beh, ve lo lascio immaginare!!

Al momento del dolce, siamo chiamati dentro casa alla tavola del cardinale e il che ci terrorizza: provate a pensare cosa potrebbe succedere qualora Frana facesse cadere un’altra torta, magari addosso al porporato? Tranquilli, nulla di tutto ciò accade e alla fine siamo chiamati a fare una foto con Dom Alexander e Dom Adriano: dopo tutta una serie di spostamenti, la soluzione migliore ci pare quella di porre Ricky fra il vescovo e il cardinale. Chissà se quella foto dovesse furtivamente girare per Verano Brianza!!! Dopo di che ci accomiatiamo da Dom Alexander, che domattina dovrà partire per un viaggio e che, da ora in poi, sarà sostituito da Dom Adriano.
Visto l’insuccesso del primo scherzo fatto al Bwana, decidiamo di nascondergli l’agenda che egli, affidandosi molto incautamente a noi, ci aveva consegnato ma, almeno per questa sera, non intende darci soddisfazione!

13 AGOSTO 1999
(Ornella e il Vescovo)

“(,) Nè altro in verità io faccio con questo andare attorno se non persuadere voi, e giovani e vecchi, che non del corpo dovete avere cura nè delle ricchezze nè di nessun altra cosa prima e più dell’anima, sì ch’ella diventi ottima e virtuosissima; e che non dalle ricchezze nasce virtù, ma dalla virtù nascono ricchezze e tutte le altre cose che sono bene per gli uomini, così ai cittadini singolarmente come allo stato”.

SOCRATE (in PLATONE, Apologia di Socrate)

Questa mattina Ornella e Riccardo sono indisposti, quindi al lavoro si recano solamente il capogruppo, Alessia e P. Antonio: del resto, ormai, non dovrebbero mancare che poche rifiniture. In realtà il lavoro è più duro del previsto perchè siamo solo,. in tre!!! Anzi in quattro con P. Gianfranco, che ci dà una mano. Si tratta soprattutto di un lavoro di pulitura del palco e del pavimento del salone, previo spostamento di un numero incalcolabile di sedie. Sul più bello, quando ormai ci sembra d’aver ramazzato tutta la polvere, una porta incautamente lasciata aperta e il vento africano decidono di cospirare contro di noi, costringendoci a rifare una parte cospicua del lavoro. Dopo il pranzo e il pomeriggio dedicato al riposo o al bucato in missione, in serata ci resta da compiere l’ultima tappa della visita pastorale nella comunità di Mastrongo. Ormai siamo talmente di casa, che veniamo coinvolti nelle danze in onore dell’ausiliario. A cena siamo seduti allo stesso tavolo con Dom Adriano. Da parte di una persona del gruppo gli viene posta una domandina per nulla imbarazzante: “Come ci si sente da francescano nei panni di un vescovo?”. Prima che Dom Adriano possa profferire parola, entra in scena l’avvocato difensore nelle vesti di Bwana che, concitatamente, esprime questo concetto: “Voi avete un’idea europea del vescovo, come di una persona che vive spesso in un ambiente sontuoso e non scevro da privilegi, magari in Vaticano; qui invece i vescovi non possono certo disporre dei mezzi dei loro confratelli europei e molto spesso vengono scelti da ordini come quello francescano, proprio perchè già abituati ad una dimensione di estrema essenzialità e povertà”. A queste parole il vescovo ritiene di dover soggiungere che, ad esempio, la curia non ha i soldi per comprare una 4X4 e che per tale bisogna è stata lanciata una colletta. A conclusione, come risposta alla domanda postagli, dice con un tono un po’ inquietante e criptico: “Il francescano deve essere obbediente come un morto: se lo mettono disteso deve restare disteso, se lo mettono seduto deve restare seduto, se lo tengono in piedi deve restare in piedi. Comunque, se proprio vuoi sapere come mi sento, come dite voi in Italia, mi sento un pesce fuor d’acqua!” Al termine della serata i parrocchiani salutano molto calorosamente, con canti e danze, il loro vescovo; una volta partito questo, rivolgono la loro attenzione a Bwana, che li ringrazia ballando secondo la modalità riportata in data 8 Agosto. Bwana è proprio contento e lo dimostra con una guida particolarmente sportiva: la jeep però, vessata da così tanto tempo, a poco più di metà del percorso fra Mastrongo e Liberdade attua la più bieca forma di protesta possibile: si ferma. Nonostante il guidatore si mostri particolarmente indispettito, la macchina non sembra curarsene e non ci resta che spingere fino a Liberdade, da dove irma Ivette ci riaccompagna in missione.

14 AGOSTO 1999
(Le sofferenze dell’acconciatura africana n° 1)
“Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente:<Cerco Dio, cerco Dio!> E poichè proprio là si trovavano raccolte molte persone che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. <E’ forse perduto?> disse uno. <Si è perduto come un bambino?> fece un altro. <Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? E’ emigrato?>- gridavano e ridevano in una grande confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi:<Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire: siamo stati noi ad ucciderlo: voi ed io! Siamo noi i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo?(,) Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole?(,)Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere le lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dei si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso! (,) Non ci fu mai un’azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di tale azione, ad una storia più alta di quanto mai siano state le storie fino ad oggi>. (,) Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e qui abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo . Cacciatone fuori ed interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: <Che altro sono ancora queste chiese se non le fosse e i sepolcri di Dio?>”

FRIEDRICH NIETZSCHE, La gaia scienza

In mattinata siamo ancora a Liberdade con P. Gianfranco, più che altro per assistere alle ultime prove prima della Cresima che si terrà domani. Sembra che l’estenuante ricerca di un “parrucchiere”, che faccia le “trecce africane” ad Ornella, abbia finalmente avuto esito: Celia infatti si offre per la bisogna e, nonostante abbia l’obbligo di partecipare alle prove in qualità di cresimanda, per più di mezz’ora si dà da fare con i capelli di Ornella, aiutata da alcune sue amiche. Il fatto è che, non appena le prove finiscono, Celia immediatamente rende noto che deve rientrare a casa e, terminata in qualche modo l’opera, si dilegua. Sarà pertanto necessario trovare qualcuna che faccia il lavoro con maggiore precisione. Nel pomeriggio l’animatore ed Ornella tornano nel salone per accompagnarvi P. Gianfranco che deve approntare il collegamento audio con Radio Maria: è necessario fare ancora qualche piccolo lavoro di rifinitura come la pulizia della sedia su cui sederà Dom Adriano. Gli attrezzi necessari sono nell’appartamento delle suore e pertanto ci rechiamo là per richiederli. Notiamo così un gran trambusto: è infatti in pieno corso la preparazione del pranzo di cresima che si terrà nel salone l’indomani. Mentre cerchiamo Irma Ivette, ci imbattiamo in una novizia che tiene in mano due galline che starnazzano rumorosamente. La vediamo allontanarsi, chinarsi di fronte alle radici di un albero: pochissimi secondi dopo le galline non danno più segni di vita. Sentiamo il bisogno di allontanarci di corsa. Tornati in missione ceniamo e decidiamo, di comune accordo con P. Antonio, di leggere tutte le sere un brano del Vangelo. Questa sera viene letto e commentato il vangelo” dell’Assunta”.

15 AGOSTO 1999
(La cresima)

“Ecco l’importante nella vita: aver visto una volta qualcosa, aver sentito una cosa tanto grande, tanto magnifica che ogni altra sia nulla a suo confronto e, anche se si dimenticasse tutto il resto, quella non si dimenticherebbe mai più,”

SOREN KIERKEGAARD, Diario

Questa mattina verso le 8 siamo a Liberdade per la celebrazione della Cresima: già un’ora prima dell’inizio della cerimonia il salone è gremito di persone e molte fra esse, cosa piuttosto inusuale dalle nostre parti, si sono portati dietro uno sgabellino per sedersi. La durata della celebrazione è prevista infatti in tre ore ,. se tutto fila liscio. Quando arriva Dom Adriano nel locale non entrerebbe neanche uno spillo, tanto che Bwana e P. Gianfranco devono, con molta decisione, tenere sgombro almeno un corridoio, funzionale sia al passaggio del vescovo sia ad eventuali situazioni d’emergenza. Dentro il salone siamo in ordine sparso: chi vi scrive ha trovato un posto vicino alla porta dove almeno non manca l’aria. Non riesce comunque, data la posizione scomoda, a resistere più di un’ora e mezza e devo uscire. Rimane fuori proprio sulla porta a registrare i canti che sono davvero molto belli, riuscendo però a vedere pochissimo della funzione: si nota comunque una certa agiatezza economica delle persone che vi partecipano, denotata sia dal parco macchine, che sono posteggiate sullo spiazzo davanti al salone, sia dai vestiti dei cresimandi e dei loro congiunti. Finita la funzione ci troviamo a parlare fra di noi e Ornella si siede sul retro di una 4X4. Poco dopo arriva una signora che ci vede appoggiati sulla sua macchina: P. Antonio le si rivolge in portoghese, dicendole che le lasciamo in regalo Ornella come figlia adottiva: la signora scoppia a ridere. Ornella, incuriosita dai suoi anelli d’avorio le chiede dove siano in vendita: la signora, molto gentilmente se ne sfila uno e sta per offrirglielo, ma Ornella ringraziando rifiuta.
Ci spostiamo verso l’appartamento delle suore dove ci attende un buffet in compagnia del vescovo. Durante il pasto non possiamo fare a meno di notare che Irma Ivette per comunicare col vescovo e col Bwana si genuflette. Dopo circa mezz’ora rientriamo in salone, perchè dobbiamo assistere ad alcune scenette preparate dai ragazzi che consistono per lo più in canti e danze locali ed in una riedizione della parabola del “Buon Samaritano”. Dopo di che tutti danno una mano alla preparazione del pasto, che consiste in diverse portate: come al solito siamo seduti nella tavola “colonica” vicino al vescovo, ai sacerdoti e alle persone più “in vista” della parrocchia. In questa circostanza il vescovo rischia di rimanere a digiuno perchè è posto di fronte a tre signore autoctone veramente ,.. fameliche. Facciamo conoscenza con un giovane seminarista che studia al seminario agostiniano di Maputo: ci scambiamo gli indirizzi e facciamo una foto con lui. Nel pomeriggio ci riposiamo in missione ed in serata, dopo cena, P. Antonio ci spiega la parabola del “Buon Samaritano”.

16 AGOSTO 1999
(Bwana spedito a letto a mezzogiorno)

“La felicità non consiste nè nell’oro nè negli armenti: è l’anima la dimora della nostra sorte.”

ERACLITO, Fr. 68 B 171

Oggi incomincia l’ultima settimana di lavoro: avendo finito la pittura del salone di Liberdade, Bwana ci chiede di occuparci della cucina della missione: si tratta di svuotarla, pitturarne le pareti, detergerne le macchie e, già che ci siamo, pulire meticolosamente tutti gli elettrodomestici e le suppellettili. Il lavoro potrebbe in apparenza sembrare più facile di quello svolto nelle due precedenti settimane: in realtà, ce ne accorgiamo quasi subito, le cose stanno ben diversamente. Anzitutto, gli elettrodomestici sono pesantissimi: li portiamo fuori a fatica e, non appena ci mettiamo a pulirli, abbiamo la seconda conferma del fatto che i 4/5 della materia vivente del pianeta è costituita da insetti e che una cospicua parte di essa risiede in Africa, oltre che nel nostro apparato digerente, ovviamente!!!! Comunque la pulizia degli elettrodomestici viene affidata alle ragazze, mentre l’animatore e Ricky, opportunamente dotati di rulli, pennelli e pennellesse, si dedicano a tinteggiare la cucina. Prima, però, è necessario detergere le macchie. Bwana dice: “Non preoccupatevi ho un prodotto che fa miracoli!”. Scompare e dopo un attimo torna con una boccettina contenente un acido a base di,.cianuro (!) Il potere di tale composto sulle macchie è evidente; ma anche su di noi esso ha un effetto miracoloso: infatti non tardano a manifestarsi alcune visioni metafisiche dovute all’incauta inalazione del prodotto. Data l’inagibilità della cucina, le cibarie del pranzo vengono cotte nel cortile ad essa antistante: Bwana ci sembra eccessivamente preoccupato e teso per l’esito della cottura, per cui decidiamo di “spedirlo” a letto a mezzogiorno!! I suoi timori si riveleranno infondati: Ornella ed Alessia infatti hanno preparato degli gnocchi di patate così buoni che gli strappano l’applauso (cosa mai vista in un campo di A.O. in cui lui sia stato missionario ospite!!!). Nel pomeriggio rivisitiamo la missione di Lachalava di cui si è già parlato nel resoconto del 1° Agosto. Non appena arriviamo, vediamo dei bimbi che giocano a saltare la corda: “il fanciullino” che è in ognuno di noi spinge qualcuno a partecipare ai giochi in un modo che si rivela poco, producente. Bwana ci mostra con orgoglio il pozzo che costituisce la sua prima opera nella missione e dopo facciamo una puntatina nella scuola adiacente, fermandoci soprattutto in “sala professori” ove prendiamo visione dei testi scolastici, delle pagelle e dei cartelloni che vengono solitamente appesi nelle aule. Prima di rientrare a casa, compiamo l’ennesimo giro nel mercato di Machava per immergerci ancora una volta nella realtà africana. In serata, dopo cena, P. Antonio ci fa l’esegesi del passo evangelico delle “Nozze di Cana”.

17 AGOSTO 1999
(Ricky e l’aceto)
“Bisogna trovare il proprio sogno perchè la strada diventi facile. Ma non esiste un sogno perpetuo. Ogni sogno cede il posto ad un sogno nuovo e non bisogna volerne trattenere alcuno.”

HERMANN HESSE, Le stagioni della vita

Anche l’intera mattinata di oggi viene dedicata alla pittura della cucina: dopo il pranzo che, come ieri, viene cucinato nel cortile, accompagniamo P. Gianfranco, che deve recarsi in città per una visita dentistica di controllo prima della partenza. L’uscita, pur essendoci come di consueto il pomeriggio libero, non è prevista: dato che Bwana è a letto non lo avvisiamo e per tutto il viaggio ci sembra d’esserci comportati un po’ da “teloni”, ma manca così poco alla partenza e poi, siamo con P. Gianfranco! . Dopo un giro di circa un’ora al mercato municipale ci spostiamo verso lo studio dentistico: entrati nell’androne prendiamo l’ascensore e, con un po’ di sorpresa mista ad una certa apprensione, rileviamo che è senza porte. Arrivati al piano vediamo che esso è costituito da un enorme corridoio che si snoda a formare un quadrato su cui si trovano gli usci delle case: in centro c’è il vuoto. Trovato lo studio dentistico, apprendiamo che Gianfranco ha davanti a sè ancora un paio di clienti: decidiamo quindi di tornare in strada, approfittandone per fare qualche giretto nelle vicinanze. Passiamo davanti ad una pasticceria e non sappiamo resistere alla tentazione di assaggiare i dolciumi locali: non c’è male, ma per chi ha avuto la fortuna di gustare i dolci siciliani, il confronto non regge,.. Fatto un altro centinaio di metri vediamo uno spiazzo su cui si erge una collina, sormontata da un fortino: vi entriamo e notiamo subito che è tenuto molto decorosamente: non c’è sporcizia e i prati sono curati “all’inglese”. Da un inserviente veniamo a sapere che si tratta di un fortino portoghese del 1700. Dalla cima del fortino si vede il mare!!!! E’ la prima volta che osserviamo l’Oceano Indiano e, nonostante si tratti semplicemente di uno scorcio portuale, restiamo comunque affascinati. Tornati in macchina aspettiamo ancora per tre quarti d’ora buoni P. Gianfranco e, rientrati in missione, prepariamo la cena. Durante il pasto Bwana vuole condire l’insalata e dice a Riccardo: “Passami l’aceto!” E Ricky di rimando: “E dove vado a prenderlo?” Risponde Bwana: “Ti lancio tre ipotesi: o nel mio studio o nella mia camera da letto o al cesso”. Dopo cena Bwana rende noto che è consuetudine dei campi di A.O. fare una gita lunga e ci chiede dove vogliamo andare. Riccardo coglie la palla al balzo e urla con entusiasmo: “A Nova Manbone!!” (sita a circa 1000 Km da Maputo n.d.r.) Bwana lo guarda compatendolo, senza fare motto. Ripresosi dopo qualche minuto, racconta che a suo tempo aveva mandato ad A.O. una richiesta di un visto turistico cumulativo per portarci in un parco naturale sudafricano ad un’ora e mezza da Maputo, ma aveva avuto in risposta un diniego. Cadiamo dalle nuvole, perchè nè a livello di direttivo nè a livello di gruppo, si era mai parlato di questa cosa. Comunque Bwana ci rassicura: il posto dove ha intenzione di portarci è altrettanto bello. La serata è conclusa da P. Antonio che ci racconta la parabola del “Giovane ricco”. Tornati in camera cominciamo la quotidiana chiacchierata di filosofia. Dopo qualche momento ci accorgiamo che Ornella dorme. Pardon, non dorme non ha “tempo di stare sveglia”!

18 AGOSTO 1999
(Atè logo Pe. Gianfranco!)

“Questa è la vita degli dei e degli uomini divini e beati: distacco dalle restanti cose di quaggiù, vita che non si compiace più delle cose terrene, fuga da solo a Solo (,) Fuggiamo dunque verso la cara patria: la nostra patria è là donde veniamo e lassù è il nostro Padre.”

PLOTINO, Ennaedi

Questa mattina, avendo finito il lavoro in cucina, andiamo per l’ultima volta in città con P. Gianfranco: nel pomeriggio infatti partirà per l’Italia, ove l’attende una breve vacanza e un corso di perfezionamento di sei mesi in antropologia. Nel primo pomeriggio usciamo alla ricerca di un servizio di tazzine da regalare al Bwana: in un negozio ne troviamo uno davvero accattivante di tipologia “inglese – colonica” e decidiamo immediatamente di acquistarlo. Verso le 17.00 accompagniamo P. Gianfranco all‘aeroporto e non riusciamo a nascondere un certo magone. E’ il caso di tirarsi un po’ su il morale e Bwana ci porta in una Pizzeria nella “Maputo – Bene”: lunga vita al Bwana!! Mentre scegliamo le pizze qualcuno ha un dubbio sugli ingredienti citati dal menù e chiede: “Cosa vuol dire anchova?”. E Fabrizio: “Ma è incredibile: v’è una parola identica nel dialetto siciliano! Vuol dire acciuga!!” Dopo la cena si parla molto di politica: il Mozambico, dice Bwana, è una repubblica presidenziale; i due principali partiti si chiamano Freelimo e Renamo. Attualmente è al governo la Freelimo, partito di derivazione marxista, che fu responsabile di non poche prevaricazioni di diritti umani durante la guerra civile, ma che si è recentemente “convertita” alla democrazia: è insomma attualmente paragonabile ad una forza politica socialdemocratica. La Renamo è invece una formazione composta da fuoriusciti dalla Freelimo ed è di tendenza liberale. La moglie di Chissano, presidente del Mozambico e “freelimista”, è imparentata con Mandela, ex – presidente della Repubblica del Sudafrica. In generale, sembra di capire, v’è un tentativo di imitazione attuato dalla politica mozambicana nei confronti di quella sudafricana, che si riflette anche a livello di società e di costume: il sogno di tutti mozambicani è infatti quello di trasferirsi in Sudafrica, arricchirsi ed, eventualmente, tornare in patria pieni di soldi. I ragazzi a Maputo imitano gli atteggiamenti e la moda di quelli di Joannesburg e parlano inglese, nonostante la lingua ufficiale del Mozambico sia il portoghese. In realtà, a fronte del potenziale economico della Repubblica sudafricana, quello del Mozambico è ben poca cosa: il paese si regge in qualche modo grazie ad un sistema fiscale veramente vessatorio che deprime l’iniziativa commerciale e l’imprenditoria, impoverendo ancora di più gli abitanti. Fra non molto vi saranno le elezioni politiche, ma Bwana non ci sembra molto ottimista sul futuro del paese, anche nel caso in cui dovesse vincere la Renamo. In serata, rientrati in missione, decidiamo di scrivere due lettere indirizzate al Bwana, per ringraziarlo della disponibilità con cui ci ha accolto e della bella esperienza che abbiamo vissuto. La prima è ufficiale ed è indirizzata anche al suo superiore. La seconda è umoristica e mette conto di essere letta per intero:
“Gentilissimo Mr. Bwana,
giunti alla fine di questo campo di concentramento, ops, di lavoro volevamo dirti che lo stage di rieducazione penale ha sortito gli effetti sperati: nessuno più di noi, dopo questo campo, può identificarsi con John Brown. Non sarà facile dimenticare le espressioni di “disgusto colonico”, causate dalle nostre poco servili opere. Devi scusarci se il nostro patrimonio genetico nordico non ci ha consentito di trasformarci in tappetini mozambicani, ma abbiamo fatto del nostro meglio. Ci pare di poter dire che usciamo trionfanti da questo campo di lavoro. Ci chiediamo infatti: <chi ha mai brownizzato Padre Rusconi?> Ben lo sapeva chi ci ha mandato affidandoci questa titanica missione: il lavoro iniziale è stato faticoso, ma chi verrà dopo di noi non avrà che da seguire il nostro esempio di coraggiosa resistenza!! Hasta la victoria siempre!!! Firmato: John Brown Fabrizio, John Brown Ornella, John Brown Riccardo, John Brown Alessia. ”

19 AGOSTO 1999
(meninos na praja)

“Ed è proprio del filosofo essere pieno di meraviglia: nè altro cominciamento ha il filosofare che questo essere pieno di meraviglia.”

PLATONE, Teeteto

Oggi è giorno di gita, per cui, di buon mattino, montiamo sulla macchina del Bwana e ci spostiamo di una quarantina di chilometri da Maputo. Sulla strada ci fermiamo a vedere una bancarella di maschere in legno bellissime e, strano a dirsi, a prezzi veramente stracciati: peccato non avere soldi con noi. Ad un certo punto una sorta di palude ci sbarra la strada: niente paura! C’è una chiatta gestita da due autoctoni (cui manca solo la barba e la carnagione chiara per somigliare al dantesco Cheronte) per mezzo della quale si può giungere all’altra sponda. Dopo una lunga contrattazione ed un’attesa “onesta” (la dizione è di Ricky) di mezz’ora, in sette – otto minuti attraversiamo la palude e, sbarcata la macchina, percorriamo l’ultimo tragitto di un quarto d’ora lungo una strada molto polverosa, finchè arriviamo ad una specie di stabilimento balneare. Bwana ci segnala che dietro a quella duna di sabbia che ci si para davanti c’è l’oceano: la sua frase e il nostro precipitarci oltre quella duna è un tutt’uno. Non facciamo a tempo a posare gli zaini che due innominabili sono già in mare: solo che nella zona dove si stanno bagnando ci sono molte correnti e per di più il fondale è decisamente profondo. Infatti i due incauti annaspano un po’: nel frattempo anche Bwana e P. Antonio sono giunti sulla spiaggia e, accortisi dei due bagnanti, incominciano ad urlare poderosamente di uscire dall’acqua. Solo che a causa del vento le loro voci sono coperte e si assiste pertanto allo spettacolo, un po’ comico, di due persone che gridano a vuoto. Ma i ragazzi capiscono ed escono quasi subito. Decidiamo di fare una passeggiata sul bagnasciuga che non comporta rischi ed è un’esperienza indimenticabile: siamo in una zona in cui il fiume confluisce nell’oceano. Alla nostra destra abbiamo un paesaggio fluviale mentre sulla sinistra separato solo da una striscia di sabbia abbiamo l’oceano. La spiaggia che stiamo percorrendo finisce un paio di chilometri più avanti e in lontananza si vedono una decina di palme. Vediamo che P. Antonio e Bwana si sono divisi i compiti: mentre uno controlla il fiume, l’altro controlla,. il mare, onde evitare altri incauti bagni. Terminata la passeggiata ci sediamo sulla spiaggia e siamo immediatamente circondati da un gruppo di meninos de, praja che ci offrono di custodire le nostre cose, ovviamente ,. a pagamento: altrettanto ovviamente noi rifiutiamo, ma i bambini restano seduti a parlare e a giocare vicino a noi. Vediamo che uno nasconde un coltello da tavola in mano, ma tutto sommato non mostrano cattive intenzioni nei nostri riguardi: decidiamo di fare dei piccoli giri mentre ognuno di noi a turno, sorveglierà la roba perchè fidarsi è bene ma non fidarsi, è meglio: fortunatamente non accade nulla di strano, anzi si può dire che alla fine i bimbi abbiano familiarizzato un pochino con noi. Verso mezzogiorno ci attende il pranzo nel ristorante del centro balneare: ci servono il “pesce rosso”, una delicatezza locale che gustiamo unitamente a delle verdure e della buona birra. Bwana ci racconta che, essendosi addormentato dopo l’episodio del bagno ha sognato il funerale dei due innominabili: si è visto praticamente parlare con i congiunti dei ragazzi che gli chiedevano spiegazioni e dire: “Ma io non c’entro nulla, glielo avevo detto che era rischioso, ma non hanno voluto sentire ragioni,”. Finito il pranzo Bwana e P. Antonio decidono di ricambiarci gli scherzi subiti in questi giorni e ci fanno sparire le borracce. Sulla strada del ritorno, visto il gran caldo, ci fermiamo a ristorarci presso la casa dei novizi della Consolata, che è un posto molto accogliente e con novizi molto simpatici. Prima di rientrare in missione, ove ci attendono le “grandi pulizie” e la preparazione delle valige, passiamo dal supermercato per la spesa. In serata, dopo cena, ascoltiamo la parabola del “Figliol prodigo”.

20 AGOSTO 1999
(Le sofferenze dell’acconciatura africana n° 2)

“Sappiamo che ogni sforzo per migliorare una società, soprattutto quando è così grande l’ingiustizia, è uno sforzo che Dio benedice, che Dio vuole, che Dio esige da noi.”

MONS. OSCAR. A. ROMERO, Omelie

Oggi è una giornata abbastanza triste, perchè è per noi l’ultimo giorno di Africa: ma tutto sommato non possiamo pensarci neanche tanto in quanto dobbiamo fare tutti i preparativi necessari alla partenza. La mattinata è dedicata alle pulizie della Dependençia, in attesa che venga l’ora dell’appuntamento pomeridiano per la mitica “acconciatura a trecce” che le ragazze “miraggiano” ormai da 20 giorni. Questa volta l’appuntamento non va a vuoto e, non appena arriviamo alla scuola statale adiacente alla missione, le “parrucchiere” sono già lì che attendono. L’operazione però è estremamente lunga e, per le ragazze, estremamente dolorosa. Le operazioni richiederanno infatti più di tre ore. Nel frattempo noi e P. Antonio parliamo con il seminarista che avevamo conosciuto il giorno della Cresima e che è venuto a salutarci. Verso le 17.00 l’opera è finita e possiamo rientrare in missione.
Dopo cena facciamo l’ultima riunione sull’andamento del campo, che è poi una sorta di valutazione finale: Bwana ci commuove dicendo che il nostro è il miglior campo di A.O. che abbia ospitato in Mozambico. Andiamo a letto veramente sollevati.

21 – 22 AGOSTO 1999
(“Ho dimenticato in fondo alla valigia già fatta la chiave del lucchetto!”)

“Nessuno può attraversare il mare di questa vita se non è portato dalla croce di Cristo”

AGOSTINO, Commento al Vangelo di Giovanni

In mattinata ultimiamo la preparazione delle valige: bisogna fare in fretta perchè al più tardi alle 9.30 dobbiamo essere all’aeroporto per le pratiche d’imbarco che nei paesi africani sono sempre un po’ lunghette. In realtà c’è qualcuno che è strutturalmente in ritardo: Alessia, per esempio, a 5 minuti dalla partenza in jeep chiama chi vi scrive dicendo: “Ho dimenticato in fondo alla valigia già fatta la chiave del lucchetto!”. Ovviamente si informa Bwana della questione. Il suo commento è lapidario: “S..t”. Comunque terminate le operazioni di carico dei bagagli e salutati tutti i collaboratori di Bwana, ci trasferiamo all’aeroporto giungendovi con una buona ora e mezza d’anticipo. Abbiamo tutto il tempo di dedicarci agli ultimi acquisti mozambicani. Il congedo dal Bwana è piuttosto commovente: dobbiamo riconoscere che dopo tre settimane a Maputo, l’impressione che avevamo avuto di lui nei primissimi giorni è radicalmente mutata. Soprattutto abbiamo compreso che certi atteggiamenti nei confronti degli autoctoni, che a prima vista potevano parere discutibili, sono in realtà determinati da tutta una serie di motivazioni storiche e culturali che bisogna senz’altro conoscere prima di giudicare il comportamento di una persona che deve vivere ed operare in Africa, soprattutto in una realtà cittadina come Maputo. Abbiamo già avuto modo di sottolineare come la guerra civile abbia privato questa popolazione del patrimonio valoriale necessario alla convivenza civile: a fronte di questa situazione è inevitabile che si siano affermati l’individualismo e l’opportunismo come regole quasi generali di vita. A questo modus vivendi è senza dubbio necessario rispondere con amore, con progettualità, ma ,quando è necessario, anche con la dovuta fermezza.

Il distacco dal Bwana, dicevamo, è triste: ricorderemo le sue battute, le sue dissertazioni sul Mozambico e sulla Tanzania, i suoi consigli “culinari” e ricorderemo senz’altro il suo impegno per un’Africa più giusta e vivibile.

Durante il volo di ritorno abbiamo tutto il tempo di riflettere da soli ed insieme su quanto ci è capitato. Di una cosa siamo tutti convinti: abbiamo vissuto un’esperienza che ci ha cambiato e che non può assolutamente essere considerata come chiusa in se stessa.

L’avventura comincia adesso!!!!!

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[1] Così sarà chiamato da adesso in poi mentre Padre Antonio La Saponara, che è partito con noi, sarà chiamato P. Antonio