Gianfranco Zinco, una chiave di lettura per l’America Latina

Inserito in Testimonianze | martedì 24 gennaio 2006 | |

Gianfranco Zinco è stato il relatore dell’incontro che si è tenuto domenica 22 gennaio.

Ci ha parlato dell’America Latina e della sua esperienza in Colombia, dove ha vissuto per 14 anni in una zona afroamericana. Ha cercato di avvicinarci a questa realtà e a questa cultura, ci ha fatto conoscere le diverse sfaccettature di un continente così vasto.

L’America Latina è costituita da tutti quei paesi del continente americano che furono colonizzati da nazioni latine (Spagna, Portogallo, Francia) e in cui si parlano lingue neolatine, come appunto lo spagnolo, il portoghese o il francese. Una definizione completa non si può però limitare alla sola connotazione linguistica. Si devono tener conto infatti anche delle caratteristiche culturali, storiche, geografiche, religiose, politiche, sociali ed economiche, ma soprattutto etniche. E’ per questa ragione che si dovrebbe parlare di America- Indo- Afro- Latina.

Questo multiculturalismo è per gran parte la conseguenza di una politica coloniale europea iniziata nel XVI secolo. A differenza di altre minoranze etniche e razziali che, in successive ondate di immigrazione si sono integrate nello stile di vita statunitense, gli afroamericani sono rimasti l’unico esempio di “immigrazione forzata” avvenuta attraverso la tratta dei neri e l’istituzione della schiavitù. Questa fu introdotta nelle colonie britanniche dell’America settentrionale nel 1619 e,successivamente, si è diffusa anche negli stati del sud.

Anche gli olandesi, i portoghesi, i francesi e tutte le popolazioni europee hanno così iniziato a trasportare gli schiavi neri nelle Americhe. Veniva sfruttata la loro manodopera nelle costruzioni, nelle coltivazioni o nei lavori domestici. Le conseguenze sono state devastanti per questo popolo: gli uomini neri nativi nella terra africana venivano sottratti alla loro vita, civiltà e cultura, ma soprattutto veniva tolta loro la dignità di persona. Sono stati deportati ben undici milioni di individui, tra questi, circa due milioni sono morti durante le lunghe traversate in mare.

Al termine della sanguinosa guerra civile americana la schiavitù è stata abolita ed è iniziata la “Ricostruzione“. Le popolazioni hanno iniziato a ristrutturarsi, nonostante le numerose difficoltà dei neri americani privati, negli stati meridionali, del diritto di voto e costretti a una condizione di assoluta inferiorità per molti anni. Gli ultimi paesi a spezzare le catene degli schiavi furono il Brasile e Cuba, nel 1888. Nel 1926, dopo la prima guerra mondiale, la società delle nazioni deliberò ufficialmente la fine della tratta e dello schiavismo in tutto il mondo.

La popolazione nera delle Americhe supera oggi i 140 milioni (10 milioni in Colombia e quasi 40 milioni in Brasile), non è omogenea e per questo diversi sono i gruppi afroamericani sparsi per il continente. È il mondo nero delle Americhe, che ha dovuto fare i conti con il mondo degli indios e degli europei, in cui convivono, senza non pochi problemi, le diverse radici e le differenti manifestazioni culturali.

Prendendo liberamente dagli indios, dai meticci, dagli europei, i neri hanno dato vita a nuove culture che hanno influenzato la stessa cultura occidentale. Significativo il contributo dato al movimento di Martin Luther King per il rispetto dei diritti umani. Ma non solo: dopo secoli di oppressione hanno riaffermato anche le loro religioni e i loro stili di vita, contribuendo alla formazione della realtà latinoamericana. Nella cultura del paese più potente del mondo hanno lasciato un’impronta indelebile.

Le lotte culturali, politiche e sociali degli afroamericani sono state determinanti anche per affermare la propria specificità nelle Costituzioni. E’ avvenuto in Colombia, in Ecuador e in Brasile, dove il caso più avanzato è quello della legge 70. Votata nel 1993, la legge delle “negritudini” è una delle applicazioni di un principio inscritto nella Costituzione del 1991 (articolo 7), che riconosce il carattere “multietnico” della nazione colombiana e si propone di tradurre questa diversità in termini territorali, politici e di istruzione.

La situazione oggi nonostante stia evolvendo verso una lenta crescita economica vede crescere anche il divario fra ricchi e poveri. La speranza è che i nuovi governi socialisti e che il recente “laboratorio politico” in continuo movimento apra a scenari più democratici.

Gianfranco infine ha concluso il suo discorso elencando tre criteri che potrebbero aiutarci sia a comprendere meglio la realtà afroamericana sia ad affrontare con lo spirito giusto un campo di lavoro in questo contesto:

1.Fra le persone vige un clima di solidarietà e di aiuto reciproco in un contesto di “famiglia allargata”

2. Vivono giorno per giorno, senza preoccuparsi per il domani

3. Manca la logica del risparmio, del “mettere da parte”

Nel pomeriggio vecchi e nuovi campisti si sono cimentati in alcune scenette divertenti che hanno tentato di illustrare simbolicamente questi concetti.

Al di là di quello che può apparire giusto o sbagliato, la cosa importante è sempre considerare la “diversità” come tale, senza pensare che questo termine abbia sinonimi come peggiore o inferiore.

Non dimentichiamoci che saremo noi i loro “ospiti” e che solo abbandonando i nostri schemi mentali potremmo riuscire ad avvicinarci ad un’altra cultura e a condividere così anche il loro modo d’essere.

un grazie a Monica per la stesura